Morire con dignità …

L’articolo. 27 comma 3. della Costituzione: dice che la pena deve essere rispettosa del principio di umanità,al fine di salvaguardare la dignità della persona.
La pena deve essere rieducativa ed offrire un’ offerta di aiuto.
Il carcere deve accompagnare i detenuti verso la libertà nel rispetto delle loro capacità di scelta, offrendo indirizzi e professioni diversificate, in base alle proprie storie passate ed attitudini personali.

Sono principi bellissimi e sacrosanti, peccato che di parole belle se ne sentano tante su questo argomento, ma di fatti concreti per metterle in pratica ben meno!!
Infatti nonostante l’art.28 del nostro ordinamento penitenziario delinei le linee guida per far sì che la pena presti sempre particolare cura per le relazioni familiari e sociali, continua ad essere nei fatti il più disatteso e inapplicato dei regolamenti del nostro ordinamento.
Sempre più spesso le persone si trovano come nel mio caso a scontare una pena fuori dalla propria regione di appartenenza. La parola magica che usano per violare il diritto alla affettività è sempre la stessa: motivi di “sovraffollamento o ordine e sicurezza …”
Nel mio caso è stata usata la prima citazione, che presa cosi è vuota di significato e attesta solo l’aspetto riparativo della pena. In questa condizione mi si fa pagare la pena due volte, ma soprattutto si fa pagare alle famiglie delle persone ristrette una pena supplettiva che non sono tenuti a scontare.
Che colpa hanno i familiari per essere trattati in questo modo? Nessuna, se non quella di amare il proprio congiunto!!
Nella condizione di malessere in cui vivono i detenuti a causa della mancanza di attenzione sul tema degli affetti da parte delle istituzioni, c’è il rischio, se non la certezza, che con il tempo la persona invece di sentirsi colpevole per i reati che lo hanno portato in carcere, e quindi usare il tempo per fare un introspettiva autoanalisi sul proprio passato, usi invece quel tempo per maturare una voglia di rivalsa nei confronto delle istituzioni e società tutta.
Nel mio caso sono condannato all’ergastolo e mi trovo lontano dalla mia regione di provenienza nella Casa Circondariale di Ivrea, condizione che viola il diritto alla territorialità della pena. In questo modo la legge non mi garantisce nemmeno una dignità di pena all’interno dell’istituto, visto che questo è carente di strumenti per supportare una pena e garantire quei diritti minimi ed elementari che dovrebbero essere garantiti a tutti i detenuti, e ancor di più a chi in carcere deve passare il resto della propria vita.
Il tempo perso in queste condizioni diventa così condanna inutile e frustrante.
E con il tempo si rischia di far registrare nella persona il fallimento dell’intenzione rieducativa della pena.
Come di dice papa Francesco “L’ergastolo è una vera e propria condanna a morte mascherata …”
Quindi nonostante sono consapevole di essere diventato vecchio e stanco, sono pronto ad affilare i canini e lottare per poter esercitare il diritto alla affettività e morire cosi dignitosamente … “senza se e senza ma” !!!

Angelo Sechi

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Autore dell'articolo: feniceadmin