L’orologio di Dalì

Si resta perennemente in attesa di qualcosa o di qualcuno, ma qui dentro spesso o quasi sempre è un inganno del tempo e non un’attesa vera e propria. I minuti si trasformano in ore, le ore in settimane e le settimane In mesi. Ho notato, come sicuramente molti compagni detenuti, che certi giorni sembrano durare il doppio rispetto ad altri; alcuni sfuggono, poiché ci si riesce anche quasi a divertire o capita qualcosa di inaspettato ed anomalo, che fa accelerare il tempo, altri invece sono infiniti. Durante questa vita reclusa tra fredde mura e sbarre dipinte d’azzurro, ma consunte e rovinate dalle innumerevoli aperture e chiusure delle guardie e prese di mano dei carcerati, la memoria si deteriora, ti fa mettere in dubbio ogni convinzione o percezione spazio-temporale che avevi prima di essere in carcere.
Io esperisco forti vuoti di memoria e di contro sprazzi attivi involontari della stessa che mi riportano ai momenti belli e brutti vissuti in quella benedetta libertà ardentemente attesa e maledetta libertà ormai già lontana. Qui c’è un mondo dove la dimensione umana è deformata sotto moltissimi aspetti e punti di vista. Tenterò di esprimermi mettendo in luce il mio pensiero personale sul tema emotivo e psicologico carcerario, anche in virtù del miei studi pregressi in materia e non solamente sulla base della mia esperienza personale diretta.
Solitamente nel mondo esterno, normale, siamo abituati a scandire abitudini e comportamenti con un certo ritmo temporale più o meno stabile, grazie al quale riusciamo ad organizzare la nostra routine quotidiana ed a gestire anche eventi improvvisi (sempre che non capitino esperienze devastanti e stravolgenti).
In carcere no, in carcere nonostante la routine sia la stessa e si abbiano anche attività da svolgere quali la pulizia della cella, lavare piatti e posate, fare la doccia e qualche altra piccola attività ludica, i giorni non passano mai con la stessa frequenza né costanza; anzi sembra che la medesima attività, quale anche una banalissima partita a carte svolta per combattere la noia, possa essere percepita come una manciata di secondi o addirittura come mezz’ora interminabile… Eppure è lo stesso gioco di ieri, l’altro ieri e l’altro ieri ancora.
Voi lettori da fuori penserete forse “E’ ovvio, il tempo passa più velocemente se ti diverti o sei impegnato e molto meno se non hai nulla da fare, malinconico o apatico”. Direi che è una frase certamente corretta, ma purtroppo non del tutto esaustiva se applicata alla vita carceraria.
Ogni detenuto vive due o addirittura tre dimensioni differenti: la prima riguarda sicuramente il rapporto tra il Sè ed il Sè, ovvero ciò che prova nel confronti dei suoi stessi pensieri, reati commessi, sensi di colpa, sofferenze, ansie, preoccupazioni, dispiaceri ed altre innumerevoli emozioni che ogni giorno lo perturbano, sia che si tratti di emozioni manifeste attraverso grida strazianti, forte nervosismo, crisi verbali o fisiche (spesso esplosioni di .rabbia), sia che si tratti di emozioni nascoste, represse… Quelle che contribuiscono pesantemente a diminuire in forma massiccia le capacità mnemoniche di un carcerato come me.
La seconda dimensione riguarda la “linea di mezzo”: il rapporto tra il Sè ed il carcere, inteso come interpretazione dei gesti altrui, vita sociale, rapporti interpersonali tra detenuti e detenuti e detenuti e guardie. A tal riguardo vorrei esprimere una curiosità psicologica: se per esempio ogni persona là fuori, nel mondo normale, ha la capacità di rispondere ad una eventuale azione di un terzo con un repertorio di eventuali reazioni mimiche, verbali o fisiche apprese socialmente e sulla base della percezione che l’azione della terza persona ha suscitato in lui, qui in carcere le cose non funzionano affatto così; ovvero è difficilissimo interpretare ciò che l’altro detenuto vorrebbe o non vorrebbe esprimere (un mio carissimo compagno detenuto con purtroppo molti più anni di carcere alle spalle rispetto a me, verso il quale nutro sincero affetto, rispetto e solidarietà, scrisse un articolo a riguardo, in cui parla delta “maschera dei detenuti”, che vi invito a richiedere alla redazione per un’ attenta e buona lettura).

Per esempio, se hai instaurato un buon rapporto con un detenuto recluso in un’altra cella della tua stessa sezione ed ogni mattina sei abituato a salutarlo dandogli il “buongiorno” quando lo incroci ed a ricevere da lui la medesima risposta, ti può capitare così da un giorno all’altro che una mattina non solo non contraccambi il tuo saluto, ma nemmeno ti guardi negli occhi. La prima cosa che ti viene da pensare è che tu possa aver commesso qualche gesto involontariamente sbagliato, addirittura un’ offesa collaterale, magari per aver dato confidenza ad un altro detenuto a lui antipatico o odiato, tale per cui d’ora in poi “non meriterai più il suo saluto”.
Incominci amaramente a riflettere Poi, passati anche giorni interi, ti accorgi o ti informano che non hai commesso nulla di male e con grande dispiacere scopri che aveva ricevuto una bruttissima o gravissima notizia (che riguardava magari la sua famiglia o i suoi problemi giudiziari) ed era coinvolto in una turbolenza emotiva estremamente nociva, alienato dal resto dell’ambiente circostante. Insomma… Pare che qui dentro tutto sia sempre uguale, ma effettivamente nulla è mai come sembra.
Infine, per concludere, i carcerati vivono ed esperiscono una terza dimensione, quella che io chiamo “trascendentale”: quella dei sogni e delle infinite possibilità. Purtroppo, talvolta si assiste alla materializzazione in vivo di questa dimensione: deliri, allucinazioni visive o uditive, convinzioni infondate, quasi sempre contornate da un infantile velo di tenera speranza, possibilità di rivalsa, di rinascita, di riscatto, spogliati da ogni difesa ed indeboliti dall’espiazione brutale che tutti i carcerati sono stati e tutt’ora sono costretti ad affrontare in questi giorni, senza albe, e tramonti.
P.S. Voglio ringraziare pubblicamente con tutto il cuore le persone a me più care e vicine in questo difficilissimo periodo di vita, a partire da mia madre, che nonostante i miei atroci errori e comportamenti mi sta ancora accanto con animo sincero; la mia unica compagna M.B., verso la quale provo un amore infinito e che non vedo l’ora di rivedere per poter ricostruire un futuro che concepisco come famiglia. Infine il mio compagno di cella G.P., che ogni giorno condivide con me questa «esperienza di triste vita carceraria” e mi sostiene sempre nei momenti più difficili. Un saluto caro a tutti coloro che ancora mi vogliono bene e sperano positivamente nei riguardi del mio futuro.

Diego T.

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Autore dell'articolo: feniceadmin