Guardando il Covid19 dal carcere

La vita in carcere è dura, ma in questo momento è diventata ancora più insopportabile.
Guardi la televisione e ti rendi conto di quanto sia grande la tragedia che sta accadendo fuori dalle mura che ti tengono prigioniero e impotente.
Ogni giorno leggiamo il bollettino di “guerra”, tot. ricoverati, tot. in terapia intensiva, tot. morti, e meno male che ogni giorno qualcuno guarisce, e speriamo sempre che domani sia meglio, ma all’indomani la televisione dà le stesse cifre e ripete le stesse immagini, immagini di dolore. Mi chiedo cosa succederebbe se il virus riuscisse a superare le mura che ci tengono prigionieri.
Sento in televisione che ci sono poche mascherine a disposizione della gente; noi non ne abbiamo neanche una, e ci è impossibile anche mantenere la distanza di sicurezza, noi come dice il detto:” siamo in balia delle onde”.
La cosa positiva è che almeno gli agenti di custodia hanno la mascherina, anche se le mascherine che usano, secondo me, se arrivasse il virus non servirebbero a nulla.
Per tenerci “bravi” ci hanno concesso due telefonate in più alla settimana, e a chi può, anche una chiamata via skype in modo da poter vedere i propri cari; per la telefonata video è stato necessario il virus. In altri istituti è da anni che ne usufruiscono, ma in ogni caso è un qualcosa che ti permette di stare un pochino più tranquillo.
I giorni passano, le notizie sono sempre uguali, “niente di nuovo sul fronte occidentale” dicevano alla radio ai tempi dei nostri nonni, durante la seconda guerra mondiale; ora, ottant’anni dopo, non è più la guerra che uccide le persone che sono vicine a noi; ora il nostro peggior nemico è il coronavirus: invisibile, silenzioso, ma senza nessuna pietà, non guarda in faccia nessuno, non fa sconti, e noi rinchiusi tra queste mura, giorno dopo giorno preghiamo che non sia toccato a qualcuno dei nostri cari.
Ogni volta che telefoniamo a casa c’è l’ansia finché chi risponde all’altro capo del telefono non dice: ciao, stiamo tutti bene. Questa è una condanna dentro la condanna, è un pensiero che sta fisso nella mente minuto dopo minuto, ora dopo ora, giorno dopo giorno, tutti i giorni, è un tarlo che ti consuma, e quando arriva la sera la televisione ti dà un altro bollettino tragico, e tu pieno di pensieri non riesci a dormire e all’indomani si ricomincia da capo.
Quanto durerà questa tortura? Quando potrò riabbracciare i miei cari?
Ma la domanda che mi sorge spontanea è: quando l’uomo la finirà di cercare a tutti i costi di autodistruggersi? Perché è fin troppo chiaro che in tutto quello che accade sul nostro pianeta ci sono le nostre mani.
Non rispettiamo la natura, e per capire questo basta guardare, per fare un esempio, agli incendi in Australia, agli innumerevoli esperimenti di ordigni nucleari che vengono fatti esplodere negli oceani, e sicuramente, ci possono raccontare (“dai piani alti”) quello che vogliono, ma anche questo nostro attuale nemico, il coronavirus, potrebbe essere un’altra conseguenza della attività umana.
Chissà se a tutti questi grandi scienziati, durante la loro crescita negli studi, sia mai capitato di leggere la parola: Vergogna, e capire il suo significato. Io ho i miei dubbi.
E penso anche che sarebbe ora che la finissero di usare la “scienza” per coprire tutti i danni che fanno.
Non ho più voglia di andare avanti nello scrivere; questo argomento mi rende nervoso e mi dà un senso di ansia, perché porta i miei pensieri ai miei cari, lontani e anche loro, “in balia delle onde”, perciò con la speranza, grande speranza che questa pandemia termini al più presto, vi porgo i miei più cordiali saluti e auguri di una vita tranquilla a tutti.

L’uomo ombra Angelo S

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Autore dell'articolo: feniceadmin