Poesie dalla cella

LA FINESTRA APERTA SUL MARE

Non rammento. Io la vidi aperta sul mare, come un occhio a guardare, coronata di nidi.
Ma non so né dove, é quando,mi apparve; tenebrosa come il cuore di un usuraio, canora come l’anima di un fanciullo.
Era la finestra di una torre in mezzo al mare, desolata, terribile nel crepuscolo, spaventosa nella notte, triste cancellatura nella chiarità dell’alba.
Le antichissime sale morivano di noia: solamente eco delle gavotte, ballate in tempi lontani da piccole folli signore incipriate, le confortava un poco.
Tristi occhi, dall’alto nido scricchiolante incantava l’ombra vergine di stelle.
E non c’era più nessuno da tanti anni, nella torre, come nel mio cuore.
Sotto la polvere ancora, un odore appassito, indefinito, esalavano le cose, come se le ultime rose dell’ultima lontana primavera fossero tutte morte in quella torre triste, in una sera triste.
E lacrimava per i soffitti pallidi, il cielo, talvolta sopra lo sfacelo delle cose.
Lacrimava dolcemente quietamente per ore e ore, come un piccolo fanciullo malato.
Dopo, per la finestra, veniva il sole, e il mare, sotto, cantava.
Cantava l’azzurro amante, cingendo la torre tristissima di terrazze improvvise, e il canto del titano aveva dolcezze, sconforti, malinconie, tristezze profonde, nostalgie terribili.
Una sera per la malinconia di un cielo che invano chiamava da ore e ore le stelle, colarono via con il cuore pieno di tremore le ultime poche rondini e a poco a poco nel mare caddero i nidi: un giorno non vi fu più nulla intorno alla finestra.
Allora qualche cosa tremò si spezzò nella torre e quasi in un inginocchiarsi lento di rassegnazione svanì tutto.

 

DOLORE
Voglio dirti in segreto della dolce follia che mi fa triste e quieto tanto; vedi, la mia anima è
nel mio cuore, il cuore è nella mia anima, e se il dolore l’anima un poco sente, soffre un poco
anche il cuore, bimbo quietamente.
Lo, vedi, soffro molto, e più sento che soffrirei; se ascolto il mio vaneggiamento
continuo, senza tregua, senza un breve momento di pace, e se dilegua poi non so come, pare
che l’anima lo segua oltre il cielo, oltre il mare.
Io porto tanto amore a una crocetta d’oro che s’apre, sul mio cuore.
È un tenue lavoro, non è un ricordo, no, come l’ebbi, l’ignoro.
Io l’amo perché la croce fu dolore, e assai ne spasimò una mia dolce emozione!!!

IVREA 22/08/2020

Sergio Corazzini (1886-1907), ripreso da Carlo M.

 

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Autore dell'articolo: feniceadmin