“Salvatore si deve chiamare”, urlava mia madre

Nell’anno 1964 in una povertà assoluta stava per nascere una nuova isola beata.
Questa vecchia stella aveva fatto bene i conti nello scegliere quella modesta e onesta famiglia. Si sa, a quei tempi quasi tutti partorivano in casa, però c’era una donna che veniva chiamata “la levatrice” che era colei che dava un certo supporto alla partoriente.
Mia Madre, un’autentica guerriera nel farmi uscire in un mondo ignoto e oscuro, ebbe tanta difficoltà nel farmi nascere, ma la vera difficoltà la ebbe la levatrice, nel senso che non riusciva a tirarmi fuori da quel posto buio, e nel farlo commise un errore tirandomi fuori come se fossi uno straccio vecchio, anche perché in ballo c’era non solo la mia vita ma anche la vita sacra della mia amatissima Madre.
Così si passò ai fatti e alla fine io ero uscito fuori e mi appoggiarono su un vecchio divano fatto di paglia, proprio come lo era il letto su cui giaceva la mia amatissima Madre.
Io sentivo tutto anche se ero stato dato per morto, le urla, le grida e i pianti, sì la mia amata madre rischiò la vita ,ma alla fine e per fortuna il destino volle la salvezza di mia madre e la mia; ma io a loro insaputa e nonostante fossi stato dichiarato morto avevo udito tutto quello che era accaduto, così cominciai a strillare e piangere per attirare l’attenzione di qualcuno, poi vidi le mie 4 sorelline urlare con un urlo che non era umano ma carnale, e alla fine io capii che per farmi uscire fuori dall’ignoto la levatrice mi aveva spezzato il nervo della spalla! Così il mio destino volle che nel mio vicolo ci fosse don Carlo, un ricco proprietario terriero che già a quei tempi possedeva una Renault 4 di colore rosso fuoco e così mi portò via di corsa all’ospedale dove ci rimasi per un lungo periodo!
Prima della corsa in ospedale io sentii di nuovo quella dolce melodia di mia Madre che urlava “Salvatore, Salvatore si deve chiamare!”.
Dopo tantissimi soli e lune tornai felicemente dalle mie amatissime sorelle e fratelli, cosi passarono giorni e settimane, mesi e anni e io provavo una gioia che non si può descrivere nell’essere capitato proprio in quella famiglia, ma io cominciai da adolescente a manifestare la mia diversità.
Anni dopo, quando oramai tutti si erano sposati, in casa nostra rimanemmo solo io, mia Madre e la mia amatissima sorella Carmela. Fu allora che mia Madre mi disse perché per me aveva scelto proprio quel nome: “Salvatore”. Quello era il nome di un suo fratello che fu ucciso a tradimento in giovane età. Me lo disse piangendo e stringendomi forte forte a lei, mi disse il nome e accusò l’uomo. Mi voleva dire che io ero come suo fratello Salvatore in tutto per tutto!
Da lì il resto del mio vissuto è scritto e raccontato nella cronaca nera.
Che cosa ho voluto comunicarvi in questo mio scritto? Che noi siamo puramente pura energia, che l’Infinito è in noi di cui la cattiveria dell’uomo è una preferita arte, ma il mio silenzio ha imparato a non tradirsi mai più! Adesso tutto quello che nel tempo è nato in me è di non provare più amore né sentimento, gioia o piacere, perché adesso odio con tutto me stesso questa maledetta unicità che l’uomo padroneggia, sì ma nel buio, mentre io me ne sto a valutare quel poco rimasto di valido nell’uomo, la bestia che nel corso della sua evoluzione ha solo fatto tanti danni che non potrà mai più rimediare nel nostro meraviglioso mondo. Oggi nel terzo millennio abbiamo la tangibile prova, con uno Stato un po’ confuso che pensa solo a quei maledetti fogli di carta straccia lasciando in balia tantissima povera gente e incurante dei bambini che sono la luce del mondo, quindi non facciamo i sentimentali.
Io tanto me lo auguro: che le nuove isole beate siano libere da tutti.

Salvatore C.

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Autore dell'articolo: feniceadmin