Una vita nel vuoto

Questo titolo è lo stesso di un libro di Irwin Shaw, il quale narra la vita spericolata del personaggio principale della storia; che non completamente, ma almeno per un po’ riflette la mia.
A differenza di tanti miei amici, non ho iniziato la mia “vita spericolata” molto presto, cioè da adolescente come la maggior parte di loro, non ho fatto tanta “gavetta”; per esempio non ho fatto l’esperienza del carcere minorile, forse per fortuna, non lo so, ma è stato così.
Come si usa dire: “in mezzo alla strada” ho cominciato anch’io a starci da ragazzino, però prima di cadere in certe tentazioni, a differenza di quasi tutti quelli che facevano parte della mia compagnia, io ci sono arrivato quasi diciottenne.
Forse perché avevo una grande passione per lo sport, e per uno in particolare (praticavo una specialità dell’atletica pesante a livello agonistico, facevo spesso gare, e nel mio piccolo sono stato anche un paio di volte campione regionale nella mia categoria); e forse questa mia passione mi teneva distaccato da quel tipo di vita che però poi ad un certo punto mi ha ingoiato, mi ha attirato a sè come una calamita, è diventata la mia droga, nonostante io non avessi mai fatto uso di nessun tipo di droga, mi ha attirato “anima e corpo”.
La mia famiglia, papà, mamma, quattro figli, due sorelle due fratelli dei quali io sono il più grande; anzi per essere più preciso, i figli sarebbero dovuti essere sei, se mia madre non avesse dovuto fare un aborto, perché mio padre con noi quattro ancora piccoli,(il più grande ero io che avevo 12 anni) ha pensato bene di farsi un amante, tradire mia madre e poi abbandonarla e senza neanche darle un minimo di mantenimento per noi figli; e qui c’è stata la prima svolta della mia vita, e non avevo ancora neanche 13 anni.
Niente più scuola, mia madre da sola non ce la faceva, le mie sorelle 8 anni, mio fratello 5 anni, mio padre è riuscito con un’azione meschina a non dare nessun mantenimento, perciò mia madre fu costretta ad abortire (erano gemelli, maschio e femmina), ed io costretto ad andare a lavorare. Il mio primo lavoro: cominciavo prima delle 24, e finivo il giorno dopo poco prima delle 12.
Ma nonostante tutto quello che era successo, io continuavo a resistere al richiamo di quella vita che un giorno mi avrebbe “ingoiato”; però li ho cominciato piano piano ad aumentare le mie frequentazioni di certi posti e di un tipo di persone.
Sapevo benissimo cosa facessero i miei amici, vedevo come giravano i soldi, moto, canne, vestiti, spese a volte anche senza senso, ma quando i soldi non sono i tuoi non te ne frega nulla.
Io nonostante non partecipassi alle loro “storie”, ero ben accetto nella compagnia, ero considerato, avevano di me la massima fiducia.
Io, in quei periodi partecipavo solo quando c’era da fare qualche “spedizione punitiva”, (a quei tempi si usava sfidare gruppi di altri rioni o quartieri, per imporre la propria forza, per vedere quale era il gruppo più forte, ed io grazie anche allo sport che praticavo, ero un avversario ostico per chiunque, anche per quelli più grandi me); non ho mai fatto altro con questo gruppo di miei amici, fino come ho già detto non sono arrivati i 17/18 anni. Un giorno è scattato qualcosa nella mia mente, sono cambiato, dall’oggi al domani, nessuno mi ha costretto.
Non mi ricordo che giorno era, mi ricordo però che era una stagione abbastanza fredda, mi sembra che fosse l’anno 72, o forse 73, non mi ricordo bene, mi ricordo solo che un mio amico, qualche anno più grande di me come età, e che purtroppo ora non è più su questo mondo, mi si avvicina mi prende da parte e mi fa un’offerta, ed io senza nessuna esitazione, (anzi sembrava che non vedessi l’ora che qualcuno mi chiedesse una cosa del genere) dissi di sì.
QUEL GIORNO SE COSI SI PUO’ DIRE, COMINCIAVA LA MIA “NUOVA VITA”.
Si avvicina A. e tranquillo tranquillo mi dice: c’è da fare una rapina in una gioielleria, ci stai? Io senza esitare gli rispondo che va bene, e aggiungo che per me sarebbe la prima volta, e A. mi dice che non c’è nessun problema.
Era già tutto organizzato, e la sera stessa abbiamo eseguito il “colpo”; per me era stato come se quelle cose le avessi sempre fatte, nessuna emozione.
Quel giorno è cominciata la mia “carriera”, che si è interrotta solo dopo qualche anno col mio primo arresto.
Voglio dire che comunque non ci vuole nulla per rovinarsi la vita.
Se a quell’offerta avessi detto no? Se mio padre non avesse lasciato mia madre con 4 figli piccoli? Se, ma in realtà, non potrò mai sapere se le cose sarebbero andate diversamente, forse sì forse no, chissà!

L’UOMO OMBRA
ANGELO
S.

Per contattare la Redazione La Fenice o commentare l’articolo scrivi a   redazione.lafenice@varieventuali.it oppure accedi a Facebook alla pagina la fenice – il giornale dal carcere di ivrea

Autore dell'articolo: feniceadmin