La quotidianità della pena

Buongiorno a tutti, mi chiamo R. e sono purtroppo detenuto in un carcere piemontese da quasi un anno; è la mia prima carcerazione, ho 55 anni, sono padre di due brave ragazze e marito di una moglie ingrata, dalla quale mi separerò al più presto, che mi ha fatto finire qui dopo trent’anni di matrimonio.

È stata aiutata e favorita dalla legge italiana che spesso tende a difendere le donne e a  incriminare gli uomini senza valutare realmente le condizioni in cui versa la famiglia in causa, accusando quasi sempre la parte maschile, reputata ormai responsabile di tutti i problemi che riguardano il nucleo familiare. Tanti nuclei familiari sono stati distrutti dalle violenze degli uomini ma non è così per tutti, le donne sono capaci di fare danni peggiori protette dalla loro femminilità e difese dalla presenza femminile nella magistratura, infatti la legge NON è uguale per tutti: è questa la frase che dovremmo leggere nelle aule dei tribunali. Dopo la mia presentazione e alcuni giudizi personali sulle lacune della giustizia italiana voglio affrontare un problema più grave del mio ed è quello delle violenze della polizia penitenziaria nei confronti dei detenuti, un abuso che nelle carceri italiane accade ogni giorno.

La mia solidarietà va ai detenuti della casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere che hanno dovuto subire violenze e umiliazioni di ogni tipo, una vergogna per un paese civile o considerato tale, un comportamento gretto e anticostituzionale da parte della polizia che ha abusato  del loro potere a partire dall’amministrazione all’ultimo degli agenti.  

In carcere infatti noi detenuti ci rendiamo conto di come non funziona lo Stato, si vive in un’altra dimensione, in una realtà parallela fuori da ogni concezione logica di comportamento e di riabilitazione del detenuto da reinserire nella società. Il compito delle carceri dovrebbe essere la rieducazione e il reinserimento nella società … ma purtroppo non è sempre così.

La gente che non ha mai vissuto un’ esperienza carceraria non immagina neanche lontanamente il degrado nel quale vivono i detenuti, celle piccole, cibo scarso e spesso poco commestibile, sporcizia in tutti i luoghi comuni, scarsa assistenza sanitaria e sociale.

Riguardo alle violenze, visto l’ambiente triste e opprimente, possono verificarsi liti e risse tra detenuti,   sedate dalla polizia penitenziaria: intervengono con squadre in assetto antisommossa per “sedare gli animi” e sfogare le loro frustrazioni, con un altro pestaggio legale, cioè quattro o cinque contro uno come faceva la Gestapo.

Segue poi l’isolamento per i detenuti “autori della rissa”

Così funziona la giustizia interna, peggio di quella esterna, lascio a voi le considerazioni del caso.

A rileggermi presto, mi firmo.

Karo

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Autore dell'articolo: feniceadmin