{"id":1112,"date":"2021-11-24T09:20:40","date_gmt":"2021-11-24T08:20:40","guid":{"rendered":"http:\/\/lafenice.varieventuali.it\/?p=1112"},"modified":"2021-11-24T09:22:35","modified_gmt":"2021-11-24T08:22:35","slug":"anchio-ci-sono-stato","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/lafenice.varieventuali.it\/?p=1112","title":{"rendered":"Anch&#8217;io ci sono stato"},"content":{"rendered":"\n<p>Abbiamo letto la testimonianza di Susanna Marietti sulla sezione psichiatrica del carcere di Torino. Uno dei nostri redattori \u00e8 stato rinchiuso in quella sezione per 30 giorni e si ritrova completamente nella descrizione pubblicata.<\/p>\n\n\n\n<p>&#8220;<em>Una cella senza niente, una coperta di carta, telecamere anche sulla turca, vietato qualunque oggetto, accendino, sigarette, radio, bagnoschiuma. Io come tanti altri eravamo imbottiti di tanti farmaci che ti impedivano di essere lucidi, impossibilitati a camminare, stare in piedi e parlare. Ogni parola detta all&#8217;assistente su cui non era d&#8217;accordo erano schiaffi, calci che prendevamo. L\u00ec bisognava ascoltare e ubbidire a tutto quello che ti veniva detto. Noi della sezione che tutti conosciamo come &#8220;la settima&#8221;, ora detta anche &#8220;sestante&#8221;, eravamo dimenticati da tutti, senza ora d&#8217;aria, solo se fai &#8220;il bravo&#8221; dopo un mese poteva capitare di riaverla. In quell&#8217;incubo si assume una tale quantit\u00e0 di terapia forte che dopo l&#8217;uscita ci vogliono mesi per poter ritornare un po&#8217; pi\u00f9 lucidi.<\/em>&#8220;<\/p>\n\n\n\n<p><em>Redazione della Fenice<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Riportiamo l&#8217;articolo di Susanna Marietti, Coordinatrice associazione Antigone, pubblicato il 20 novembre 2021 sul blog del Fatto quotidiano<\/strong><\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"alignleft size-large is-resized\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/lafenice.varieventuali.it\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/mani.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-1113\" width=\"467\" height=\"312\" srcset=\"https:\/\/lafenice.varieventuali.it\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/mani.jpg 800w, https:\/\/lafenice.varieventuali.it\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/mani-300x200.jpg 300w, https:\/\/lafenice.varieventuali.it\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/mani-768x513.jpg 768w, https:\/\/lafenice.varieventuali.it\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/mani-110x73.jpg 110w, https:\/\/lafenice.varieventuali.it\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/mani-420x280.jpg 420w, https:\/\/lafenice.varieventuali.it\/wp-content\/uploads\/2021\/11\/mani-644x430.jpg 644w\" sizes=\"auto, (max-width: 467px) 100vw, 467px\" \/><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p><em>Ho visitato la sezione psichiatrica del carcere di Torino: spero che ci\u00f2 che ho visto non si ripeta mai pi\u00f9<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Nelle scorse ore ho visitato insieme a un mio collega il carcere per adulti di Torino. Di carceri ne ho viste tante in vita mia, in Italia e anche all\u2019estero, ma raramente mi era capitato di assistere a quanto ho avuto modo di vedere nel capoluogo piemontese.<\/p>\n\n\n\n<p>Vi \u00e8 una sezione, chiamata Sestante, che funge da articolazione psichiatrica dell\u2019istituto. Mi auguro che qualche giornalista legga quello che sto per raccontare e che in tanti decidano di andare l\u00e0 dentro a vedere. Che pretendano di portare con s\u00e9 le videocamere per mostrare a tutti cosa accade in quelle quattro mura. Mi auguro che tutti noi ci indigniamo in massa e pretendiamo che queste cose non succedano mai pi\u00f9, che quel reparto venga chiuso immediatamente: non domani, non tra una settimana, non tra mese. Ci hanno detto che stanno per fare dei lavori di ristrutturazione. Non basta. Sono anni che Antigone, anche attraverso i suoi Rapporti annuali, denuncia le condizioni di vita interne, ma nulla \u00e8 cambiato.<\/p>\n\n\n\n<p>Al Sestante si trovano circa venti celle, dieci su ogni lato del corridoio. In ciascuna \u00e8 reclusa una singola persona detenuta. La cella \u00e8 piccola, sporca, quasi completamente vuota. Al centro vi \u00e8 un letto in metallo scrostato e attaccato al pavimento con i chiodi. Sopra \u00e8 buttato un materasso fetido, a volte con qualche coperta e a volte no. Qualcuno, ma non tutti, ha un piccolo cuscino di gommapiuma. Non vi \u00e8 una sedia n\u00e9 un tavolino. Solo un piccolo cilindro che sembra di pietra dove ci si pu\u00f2 sedere in posizione scomodissima. L\u2019intera giornata viene trascorsa chiusi l\u00e0 dentro, senza nulla da fare e nessuno con cui parlare. Unico altro arredo, un orrendo bagno alla turca posizionato vicino alle sbarre, di fronte agli occhi di chiunque passi per il corridoio.<\/p>\n\n\n\n<p>Noi ci siamo passati. Abbiamo dovuto insistere un po\u2019 affinch\u00e9 ci aprissero il cancello della sezione. Ci siamo passati, per quel corridoio, e abbiamo guardato dentro ciascuna di quelle stanze detentive. Ognuna teneva dentro un essere umano. Ma certamente trattato in maniera contraria a quel senso di umanit\u00e0 che la nostra Costituzione chiede alle pene legittime. Alcuni erano solo dei mucchietti di stracci buttati immobili sulla branda. In una cella vi era un uomo sdraiato al buio sul pavimento. Nessuno lo tirava su di l\u00e0. In un\u2019altra vi era un ragazzo che stava in piedi con la faccia a pochi centimetri dal muro. Non si \u00e8 girato al nostro passaggio. Teneva i palmi delle mani rivolti verso l\u2019altro, all\u2019altezza delle spalle. Parlava verso quella parete, ogni tanto si girava verso il letto, poi tornava a rivolgere la faccia al muro e parole a chiss\u00e0 che cosa. Barcollava e aveva gli occhi a mezz\u2019asta. Nessuno ci faceva caso.<\/p>\n\n\n\n<p>Qualcuno si \u00e8 avvicinato alle sbarre al nostro passaggio. Un uomo mi ha chiesto se potevo fare in modo che la turca della sua cella venisse aggiustata. Erano quattro giorni che non scaricava le sue feci, mi ha spiegato. L\u2019ho detto al poliziotto del reparto.<\/p>\n\n\n\n<p>Un altro uomo era al buio. Si \u00e8 sporto dalle sbarre e mi ha detto che avrebbe voluto un po\u2019 di luce. Il poliziotto che era con me, un po\u2019 imbarazzato, gli ha detto di accenderla con l\u2019interruttore interno, che sicuramente avrebbe funzionato. Ma lui ha detto di no, mancava proprio la lampadina. Mi sono fermata per capire chi avesse ragione. Effettivamente la luce non si accendeva. Non so da quanti giorni quel signore fosse al buio dalle quattro e mezza di pomeriggio fino all\u2019alba del giorno dopo.<\/p>\n\n\n\n<p>Un giovane uomo si teneva a stento in piedi sulle gambe. Aveva un filo di bava che gli colava sulla blusa. Gli occhi semichiusi, come se stesse per addormentarsi in piedi da un momento all\u2019altro. Ha tentato di pronunciare qualche parola rivolto a me che mi ero fermata l\u00ec davanti. Faceva fatica ad articolare i suoni. Ha balbettato la parola \u2018avvocato\u2019. Gli ho chiesto se avesse avuto modo di parlare con il suo legale. Si \u00e8 chinato e da un mucchietto di carte per terra ha preso un foglietto con un numero di telefono. L\u2019ho copiato sul mio quaderno e gli ho detto che l\u2019avrei avvisato che si trovava l\u00ec. Mi \u00e8 stato spiegato che l\u2019uomo era a Torino per un periodo di 30 giorni di osservazione psichiatrica, mandato l\u00ec da un altro istituto. Non so cosa si possa osservare e diagnosticare in un uomo imbottito di farmaci fino al punto da non riuscire a parlare e a reggersi in piedi.<\/p>\n\n\n\n<p>Nell\u2019ultima cella prima dell\u2019uscita c\u2019era un ragazzino. Avr\u00e0 avuto 25 anni. Gli ho chiesto come andasse. Le lacrime hanno cominciato a scendergli dagli occhi. Mi ha detto che non capiva perch\u00e9 fosse l\u00ec, che gli mancava sua madre e che aveva tanta paura tutte le notti. Mi ha pregato di farlo trasferire. Gli ho spiegato che non avevo alcun potere in questo senso, ma mi sono fatta dare il numero di telefono della mamma, che lui sapeva a memoria. Gli operatori mi hanno spiegato che erano in attesa che si liberasse un posto in una Rems, le residenze a vocazione sanitaria per l\u2019esecuzione delle misure di sicurezza psichiatriche. Il ragazzo non avrebbe dovuto trovarsi l\u00ec, non c\u2019era titolo per la sua detenzione. Sono uscita e ho chiamato la madre. Era contenta che almeno qualcuno avesse visto suo figlio. Lei non ci era riuscita, nessuno le aveva detto dove lo avessero portato. Adesso si apprestava a recarsi a Torino.<\/p>\n\n\n\n<p>Mi vergogno a pensare che trattiamo le persone in questo modo. Non so di chi sia la colpa. La direttrice del carcere ci ha detto che lei ha la coscienza a posto perch\u00e9 ha scritto varie lettere al proposito e attende interventi. Certo, da sola non pu\u00f2 fare molto. Ma qualcosa forse s\u00ec. Come qualcosa pu\u00f2 fare la gestione sanitaria della sezione. Come qualcosa possiamo fare noi: far conoscere l\u2019indecenza di questi posti, dove gli esseri umani sono privati di ogni dignit\u00e0, trattati come corpi ammassati. Dove si rinuncia a vite umane come se fossero niente.<\/p>\n\n\n\n<p>Mi rivolgo alle autorit\u00e0 centrali che non sempre conoscono la periferia penitenziaria, mi rivolgo ai tanti dirigenti attenti e democratici che fanno con passione il proprio lavoro. Mi rivolgo agli operatori dell\u2019informazione, che possono chiedere all\u2019ufficio stampa del Ministero della Giustizia di essere autorizzati a entrare al reparto Sestante del carcere di Torino per raccontare fuori quel che troveranno dentro. Mi rivolgo a tutti loro: non credetemi, andate a vedere.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Susanna Marietti<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Per contattare la Redazione La Fenice o commentare l\u2019articolo scrivi a: redazione.lafenice@varieventuali.it oppure accedi a Facebook alla pagina La fenice \u2013 Il giornale dal carcere di Ivrea (@lafenice.giornaledalcarcere)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Abbiamo letto la testimonianza di Susanna Marietti sulla sezione psichiatrica del carcere di Torino. 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