{"id":2273,"date":"2025-03-16T11:38:14","date_gmt":"2025-03-16T10:38:14","guid":{"rendered":"https:\/\/lafenice.varieventuali.it\/?p=2273"},"modified":"2025-03-16T11:38:16","modified_gmt":"2025-03-16T10:38:16","slug":"la-scrittura-aiuta-a-conoscere-se-stessi-e-gli-altri","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/lafenice.varieventuali.it\/?p=2273","title":{"rendered":"La scrittura aiuta a conoscere se stessi e gli altri"},"content":{"rendered":"\n<p><strong>Dall&#8217;ultimo numero della rivista <em>Voci di dentro<\/em> prendiamo un estratto dell&#8217;intervista di Antonella La Morgia allo scrittore Eraldo Affinati<\/strong> <\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"alignleft size-large is-resized\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"837\" height=\"1024\" src=\"https:\/\/lafenice.varieventuali.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/affinati-837x1024.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-2274\" style=\"width:343px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/lafenice.varieventuali.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/affinati-837x1024.jpg 837w, https:\/\/lafenice.varieventuali.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/affinati-245x300.jpg 245w, https:\/\/lafenice.varieventuali.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/affinati-768x940.jpg 768w, https:\/\/lafenice.varieventuali.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/affinati-90x110.jpg 90w, https:\/\/lafenice.varieventuali.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/affinati-343x420.jpg 343w, https:\/\/lafenice.varieventuali.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/affinati-351x430.jpg 351w, https:\/\/lafenice.varieventuali.it\/wp-content\/uploads\/2025\/03\/affinati.jpg 985w\" sizes=\"auto, (max-width: 837px) 100vw, 837px\" \/><figcaption class=\"wp-element-caption\">Eraldo Affinati<\/figcaption><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p><strong>La giovent\u00f9 \u00e8 pi\u00f9 violenta oggi?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>\u201cNon credo. Basta leggere Il signore delle mosche di William Goldwing, pubblicato nel 1954, per rendersene conto: un manipolo di bravi ragazzi fa presto a trasformarsi in un gruppo di aguzzini, dipende soltanto dalle circostanze. Prendi un gruppo di studenti oxfordiani, portali a vivere in una periferia degradata, vedrai come faranno presto a diventare simili a quelli che un tempo denigravano.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>E se fosse anche il reato la deriva, lo sbocco finale di un percorso che ci si rifiuta spesso di conoscere, di capire e anche sul quale intervenire alla sorgente. Cosa pensi?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>\u201cLa fonte originaria non \u00e8 mai limpida come vogliamo credere. Quasi sempre nelle acque sorgive sguazzano i vermi. Se vuoi conoscere la radice profonda di un reato devi tornare indietro nel tempo, indagando non solo nella vita di chi l\u2019ha compiuto, ma anche in quella dei suoi genitori. Quasi sempre scopri grovigli spinosi, compiti irrisolti che passano da una generazione all\u2019altra. Questo, intendiamoci, non significa negare le responsabilit\u00e0 di ognuno, che vanno sanzionate, ma vuol dire guardare il mostro in faccia, senza accontentarsi di considerare soltanto la stazione finale\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Che idea hai del carcere come istituzione?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>\u201cSono andato in tante carceri italiane e anche estere, ad esempio in Russia, e, nonostante tutta la buona volont\u00e0 di certi operatori, ho sempre percepito la detenzione pura e semplice come un atto vendicativo. Nel mio ultimo libro, Le citt\u00e0 del mondo, racconto fra l\u2019altro una visita che ho fatto al carcere minorile Beccaria. Stavo in mezzo ai ragazzi riuniti nell\u2019aula dove avevo appena parlato e chiesi: cosa farete quando uscirete da qui? Mi risposero sicuri: torneremo a rubare, prof, non abbiamo speranza. Pensai: ecco, questa \u00e8 Milano, il fossato dell\u2019Europa\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Credi che il carcere socialmente serva?<\/strong><br>Com\u2019\u00e8 adesso ho l\u2019impressione che serva soltanto, nel migliore dei casi, a contenere i detenuti. Per cambiarlo, lo sappiamo, ci vorrebbero investimenti maggiori, ma non a pioggia, bens\u00ec mirati. In Italia abbiamo tante persone che potrebbero dare i consigli giusti e numerose esperienze virtuose che potrebbero diventare strutturali.\u201d<\/p>\n\n\n\n<p><strong>In molte carceri ci sono laboratori di scrittura, si accompagnano i detenuti in un esercizio che nella<br>quasi totalit\u00e0 a loro \u00e8 estraneo, o \u00e8 stata abbandonato dai tempi della scuola. Cosa suggerisci da scrittore e insegnante per fare in modo che loro possano \u201ctrovare le parole\u201d?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>\u201cCon il nostro progetto Penny Wirton stiamo cercando di portare avanti un progetto innovativo: formare alcuni detenuti italiani come docenti dei loro compagni immigrati. Lo facciamo alla Dozza di Bologna, grazie a Gloria Ghetti e nel carcere di Parma, con Piero Arganini. Speriamo di trovare altre possibilit\u00e0 operative. Non \u00e8 semplice. Ci sono tante difficolt\u00e0 burocratiche. Eppure ho notato in diverse direttrici e direttori di istituzioni penitenziarie una grande e sincera disponibilit\u00e0 a collaborare. Restiamo fiduciosi\u201d.<br><\/p>\n\n\n\n<p><strong>Perch\u00e9 la scrittura pu\u00f2 aiutare e far aiutare?<\/strong><br>Perch\u00e9 ti aiuta a oggettivare i tuoi marasmi interiori. Con la scrittura conosci te stesso e ti fai conoscere da chi ti legge. Il pensiero \u00e8 grammaticale, altrimenti resterebbe un grumo emotivo inespresso. La scrittura \u00e8 ci\u00f2 che ci distingue dall\u2019animale. Anche se, come scrisse Varlam Salamov, uno che di carceri se ne intendeva, \u2018tra le bestie la pi\u00f9 feroce \u00e8 l\u2019uomo\u2019.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Dall&#8217;ultimo numero della rivista Voci di dentro prendiamo un estratto dell&#8217;intervista di Antonella La Morgia allo scrittore Eraldo Affinati La giovent\u00f9 \u00e8 pi\u00f9 violenta oggi? \u201cNon credo. 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