{"id":2350,"date":"2025-06-06T20:41:11","date_gmt":"2025-06-06T18:41:11","guid":{"rendered":"https:\/\/lafenice.varieventuali.it\/?p=2350"},"modified":"2025-06-06T20:41:13","modified_gmt":"2025-06-06T18:41:13","slug":"alcuni-detenuti-raccontano-come-e-stato-il-primo-giorno-in-carcere","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/lafenice.varieventuali.it\/?p=2350","title":{"rendered":"Alcuni detenuti raccontano come \u00e8 stato il primo giorno in carcere."},"content":{"rendered":"\n<p><em>Sul Corriere della sera del 5 giugno la seconda puntata della serie \u00abVoci dal carcere\u00bb di Alessandro Trocino. Il video di Christian Franz Tragni \u00e8 su CorriereTv<\/em><\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"alignleft size-large is-resized\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"576\" src=\"https:\/\/lafenice.varieventuali.it\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/Quella-casa-nel-bosco-1024x576.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-2351\" style=\"width:567px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/lafenice.varieventuali.it\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/Quella-casa-nel-bosco-1024x576.jpg 1024w, https:\/\/lafenice.varieventuali.it\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/Quella-casa-nel-bosco-300x169.jpg 300w, https:\/\/lafenice.varieventuali.it\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/Quella-casa-nel-bosco-768x432.jpg 768w, https:\/\/lafenice.varieventuali.it\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/Quella-casa-nel-bosco-1536x864.jpg 1536w, https:\/\/lafenice.varieventuali.it\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/Quella-casa-nel-bosco-110x62.jpg 110w, https:\/\/lafenice.varieventuali.it\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/Quella-casa-nel-bosco-420x236.jpg 420w, https:\/\/lafenice.varieventuali.it\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/Quella-casa-nel-bosco-764x430.jpg 764w, https:\/\/lafenice.varieventuali.it\/wp-content\/uploads\/2025\/06\/Quella-casa-nel-bosco.jpg 1920w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p>Con il tempo, il mondo di fuori diventa un ricordo impreciso, annebbiato. La vista si accorcia, mutilata da una parete nuda a due metri, una porta con blindo e un pezzo di cielo senza sole incorniciato da una grata. L\u2019udito diventa prima ipersensibile, torturato da rumori metallici e porte blindate che sbattono, poi affetto da una sordit\u00e0 difensiva, mentre il silenzio diventa un ricordo lontano. L\u2019odore di candeggina e di muffa si mischia con quello del cibo, cucinato a un metro dal cesso, e invade il corpo e il cervello. Le malattie psicologiche e fisiche verranno dopo. Ma cosa succede quando un uomo o una donna varcano per la prima volta la cella di una prigione? Cosa succede a quelli che, con linguaggio burocratico asettico, vengono chiamati i \u00abnuovi giunti\u00bb? Lo raccontiamo attraverso la storia di Maria Poggio, gi\u00e0 avvocato penalista, finita nella sezione femminile del Bassone, il carcere di Como, uno dei peggiori d\u2019Italia.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>L\u2019arresto al ricamificio\u2028<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>\u00abFacevo l\u2019avvocato. A un certo punto, \u00e8 successa una cosa talmente grossa nella mia vita che nel lavoro mi sono affidata a terze persone e ho rifiutato di controllare quello che stava succedendo. Sono stata condannata a 3 anni e 10 mesi. \u00c8 andata cos\u00ec. L\u2019ordine di esecuzione \u00e8 sospeso, per pene inferiori a 4 anni. Non ero in carcere, dunque, perch\u00e9 mi mancavano due mesi alla soglia. Per riprendermi, sono andata a fare l\u2019operaia in un ricamificio di Busto Arsizio. Un lavoro durissimo, ma mi faceva stare bene. Mi serviva fare lavori materiali. La testa mi scoppiava, volevo far lavorare le braccia. Un giorno mi chiama la titolare. Ci sono i carabinieri, dice. Sono due pattuglie, c\u2019\u00e8 anche una donna. La dobbiamo portare via, mi dicono, c\u2019\u00e8 un ordine di esecuzione. Va bene, dico. Non mi scompongo. Sono bianca di polvere, a causa della termogarza. Bruciavo capi sotto le presse. Chiedo se posso salutare i colleghi, mi dicono di no. Mi accompagnano a casa, dove c\u2019\u00e8 mia figlia, 21 anni, disperata. Li supplica di non portarmi via. Non se l\u2019aspettava e neanche io. \u00abFaccia una borsa con quattro cose da portar via, si dia una pulita\u00bb. Mi lavo le mani. Chiedo di fare le doccia, perch\u00e9 sono sporca per il lavoro. Mi dicono che devono restare in bagno con me per controllare, allora dico di no. Prendo le quattro cose che mi mette mia figlia. Piange disperata\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Le impronte che si ribellano<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>\u00abMi portano a Varese, alla stazione dei carabinieri. Devono prendere le impronte digitali. Le mani sono molto sporche, per il lavoro, e non riescono a prenderle. Il sistema telematico a Roma di acquisizione delle impronte non funziona. Resto in caserma per oltre due ore. I militari sono gentilissimi, mi offrono il caff\u00e8. Non capisco. Chiedo: ma com\u2019\u00e8 possibile che due giorni fa ero qui per prendere una notifica, nessuno mi dice niente e dopo due giorni finisco in carcere? Salta fuori che era arrivato a sentenza un altro procedimento. Un altro anno, avevo superato la soglia dei quattro. Mi mettono in macchina\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>In viaggio con le manette<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>\u00abL\u2019appuntata dice ai colleghi: \u00e8 una signora, non mettiamole le manette. Ma un carabiniere si impunta. Dice che sono obbligati. I miei non sono reati violenti, non c\u2019\u00e8 nessun pericolo, ma me le mettono lo stesso. Resto in manette per tutto il viaggio. Me le toglieranno solo all\u2019ingresso del carcere. Quando partiamo, mi dicono: andiamo al carcere di Monza. Ma io so che il femminile a Monza \u00e8 chiuso da 5 anni. Ma siete sicuri, dico, il femminile di Monza mi risulta chiuso. Loro sono gi\u00e0 in autostrada, chiamano, chiedono informazioni, gli dicono che in effetti quello \u00e8 chiuso. Escono dal casello, si torna indietro. Si dirigono verso Como\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Al Bassone, si chiude la porta<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>\u00abArrivati al Bassone, verso le sei di sera, mi fanno scendere. Mi tolgono le manette, entriamo. L\u2019addetta mi leva la catenina con il crocefisso e il braccialetto. Ho con me le foto dei miei figli, non vuole lasciarmele. Poi l\u2019addetta telefona, parlano un po\u2019. Vabb\u00e8, sono di carta, possiamo lasciargliele. C\u2019\u00e8 la perquisizione, terribile. Sono nuda come un verme. Mi rivesto, finisco in una cella di prima accoglienza, davanti al corpo di guardia. In pratica sei in isolamento, lo fanno sempre, perch\u00e9 temono qualche atto di autolesionismo e da l\u00ec \u00e8 pi\u00f9 facile controllarti. La porta si chiude. Sono dentro. Vedo un materasso conciatissimo, una coperta, un cuscino. C\u2019\u00e8 un televisore rotto. Di fianco alla branda, un cesso alla turca, con il lavandino. Non ci sono sanitari veri, \u00e8 un carcere per uomini, come quasi tutti. Le donne devono farla nella turca, sospese in aria. \u00c8 il 29 giugno e fa un caldo tremendo. Quell\u2019anno era un\u2019estate torrida fuori, figuriamoci dentro\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Il primo giorno<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>\u00abQuando arrivo, ho un solo pensiero: mia figlia. Voglio farle sapere che sto bene, voglio rassicurarla in qualche modo. Nessuno mi parla, sono sola. Vedo passare una volontaria e la chiamo. Chiedo di poter telefonare ma non si pu\u00f2: serve il tesserino e bisogna fare la domandina. Anche per fare spesa devo aspettare. Le chiedo di chiamarla, di aiutarmi. Le chiedo un foglio e una matita. Scrivo poesie, voglio sfogarmi. Ho sete, ma nessuno mi d\u00e0 l\u2019acqua. Bevo dal rubinetto, anche se ho il dubbio che non sia potabile\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>La doccia<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>\u00abQuando arrivi dentro, all\u2019inizio non capisci, non sai nulla, nessuno ti dice nulla. Voglio lavarmi, farmi una doccia, ma non so dove farla. Mi danno un pezzo di sapone, mi arrangio con il lavandino. Nei giorni successivi vengo a sapere che quelli del corpo di guardia si lamentano di me, dicono che non mi lavo. Ma io non lo so come funzionava. Non sapevo che sotto in sezione ci sono le docce e posso chiedere di andarci. Ho 62 anni e sono in una cella. Sono inebetita\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>L\u2019ora d\u2019aria<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>\u00abChiedo timidamente se posso uscire per fare l\u2019ora d\u2019aria. Me lo concedono solo il terzo giorno. Tre giorni chiusa da sola nella cella, senza poter parlare con nessuno. Poi aprono la porta. Finisco in questo cortile, da sola. C\u2019\u00e8 un caldo cocente, sto male, non ho acqua, chiedo di poter rientrare ma mi dicono che non si pu\u00f2, devo finire l\u2019ora. \u00c8 un momento terribile. Sto malissimo. Non sapevo che sarei finita in questa specie di cubo di cemento senza niente, senza copertura, senza alberi. Sono sotto il sole a picco e non ce la faccio pi\u00f9\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>In sezione<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>\u200b\u00abDopo cinque giorni di isolamento, mi fanno entrare in sezione. Finisco in una cella con un\u2019altra ragazza, molto carina. \u00c8 lei a chiedere di stare con me. Ha visto che scrivevo, lei \u00e8 una che canta canzoni rap. Parla con le agenti e finisco con lei. Sono fortunata, la mia \u00e8 una cella a due. Ma ce n\u2019erano altre con tre, con quattro e anche con cinque persone. Gi\u00e0 in due stiamo strettissime. Stiamo su un letto a castello, c\u2019\u00e8 un mezzo tavolino e il bagno, sempre con la turca. Non so dove appoggiarmi, a 62 anni non \u00e8 facile\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Le domandine<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>\u200b\u00abDopo 5 o 6 giorni ricevo la tessera per telefonare. A quel punto posso fare la domandina. Servono documenti, per\u00f2, devo produrre lo stato di famiglia, recuperare la carta d\u2019identit\u00e0. Le telefonate sono di 10 minuti alla settimana, ma il direttore autorizza qualche minuto in pi\u00f9. Si pu\u00f2 fare anche qualche whatsapp video, ma in questo caso i minuti si accorciano. C\u2019\u00e8 molta burocrazia. Per ogni cosa si devono fare le domandine, che si perdono spesso e si devono rifare. Comincio a fare la scrivana: raccolgo la posta, le istanze. Per un\u2019autentica di firma ci vogliono un sacco di giorni. C\u2019era una ragazza di Venezia, che chiede un avvicinamento parentale. Non glielo danno, rimane al Bassone per mesi. La trasferiscono alla Giudecca quando le mancano solo due mesi al fine pena. Per le donne c\u2019\u00e8 poco. Tutte le carceri sono per uomini. In Lombardia, a parte San Vittore, c\u2019\u00e8 Como. E poi Bergamo e Brescia\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>L\u2019educatrice<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>\u00abIl Bassone \u00e8 una struttura pessima, fatiscente. Il tempo non ti passa mai. Faccio qualche corso, cucito, fotografia. Ma sono corsi gestiti male, non c\u2019\u00e8 organizzazione, qualcuno comincia, poi non va pi\u00f9. Chiedo se posso organizzare un corso di scrittura creativa, mi dicono di no. Non c\u2019\u00e8 neanche un educatore. Loro sono fondamentali: non solo perch\u00e9 aiutano i detenuti a organizzare attivit\u00e0, ma anche perch\u00e9 senza di loro non c\u2019\u00e8 speranza di uscire. Sono loro che fanno le relazioni per il magistrato di sorveglianza, che decide se concedere o meno le misure alternative. Siamo disperati, protestiamo, scriviamo al direttore. Alla fine ne vengono nominati quattro. Si presentano in due, uno si mette subito in malattia. Ne rimane una, che deve lavorare sia per il maschile sia per il femminile. Poverina, si d\u00e0 da fare, ma noi donne siamo 56, gli uomini saranno 300. Gli psicologi sono pochissimi e cambiano in continuazione. L\u2019unica continuit\u00e0 \u00e8 con il medico. Vai, ti visita e ti d\u00e0 il bicchierino. Psicofarmaci, sedativi. Vedo gente inebetita. Dormi, mangi, non sei pi\u00f9 una persona. C\u2019\u00e8 gente che urla e bisogna farla stare zitta. Gente che beve il detersivo. Trovo una ragazza che si \u00e8 appesa un cappio al collo e si \u00e8 attaccata al termosifone. La salviamo noi. Si voleva uccidere, perch\u00e9 non le davano una risposta su quando sarebbe arrivata la pensione di invalidit\u00e0. La stava aspettando da tanto. \u00c8 senza soldi e senza nessuno, \u00e8 disperata\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>L\u2019ultimo giorno<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>\u00abQuel giorno sto lavorando. Mi do da fare per aiutare le altre, mi avevano dato questo registrone con le domandine. Sono passati 7 mesi, \u00e8 un giorno come gli altri. Mi chiamano al corpo di guardia e mi dicono: guarda che esci, \u00e8 arrivato il provvedimento. Avevo fatto istanza per l\u2019affidamento in prova, ma non sapevo quando sarebbe arrivato. Mi schedano, mi fanno il dna, firmo le dimissioni. L\u2019Uepe, l\u2019ufficio di esecuzione penale esterna, controlla quello che fai o non fai, ma non \u00e8 che ti trovano un lavoro. Io lo chiedo, ma non salta fuori niente. Poi mi riprendono al ricamificio, sono gentilissimi. Mi fanno una grande festa quando torno. Con l\u2019affidamento non puoi uscire di casa prima delle 6 e non puoi tornare dopo le 11 di sera. Ma sono fortunata. Molti altri escono dal carcere, se escono, e c\u2019\u00e8 il vuoto\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>\u200b\u200b<em>Alessandro Trocino, giornalista del Corriere della Sera, da anni si occupa dei problemi delle carceri in Italia. Il suo ultimo libro \u00abMorire di pena\u00bb \u00e8 uscito due mesi fa.<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Sul Corriere della sera del 5 giugno la seconda puntata della serie \u00abVoci dal carcere\u00bb di Alessandro Trocino. Il video di Christian Franz Tragni \u00e8 su CorriereTv Con il tempo, il mondo di fuori diventa un ricordo impreciso, annebbiato. 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