{"id":2528,"date":"2025-12-27T19:15:16","date_gmt":"2025-12-27T18:15:16","guid":{"rendered":"https:\/\/lafenice.varieventuali.it\/?p=2528"},"modified":"2025-12-29T18:43:51","modified_gmt":"2025-12-29T17:43:51","slug":"il-carcere-produce-scarti-sociali","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/lafenice.varieventuali.it\/?p=2528","title":{"rendered":"Il carcere produce scarti sociali"},"content":{"rendered":"\n<p><em>Articolo pubblicato da Sabrina sul sito &#8220;La biblioteca di Montag<\/em>&#8220;<\/p>\n\n\n<div class=\"wp-block-image\">\n<figure class=\"alignleft size-large is-resized\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"682\" src=\"https:\/\/lafenice.varieventuali.it\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/Personsleepingonsidewalk_hero-1024x682.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-2529\" style=\"width:513px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/lafenice.varieventuali.it\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/Personsleepingonsidewalk_hero-1024x682.jpg 1024w, https:\/\/lafenice.varieventuali.it\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/Personsleepingonsidewalk_hero-300x200.jpg 300w, https:\/\/lafenice.varieventuali.it\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/Personsleepingonsidewalk_hero-768x511.jpg 768w, https:\/\/lafenice.varieventuali.it\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/Personsleepingonsidewalk_hero-110x73.jpg 110w, https:\/\/lafenice.varieventuali.it\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/Personsleepingonsidewalk_hero-420x280.jpg 420w, https:\/\/lafenice.varieventuali.it\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/Personsleepingonsidewalk_hero-646x430.jpg 646w, https:\/\/lafenice.varieventuali.it\/wp-content\/uploads\/2025\/12\/Personsleepingonsidewalk_hero.jpg 1170w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/figure>\n<\/div>\n\n\n<p><strong>La rieducazione in carcere produce persone senza dimora, soggettivit\u00e0 povere e marginalizzate; contribuisce a farcire le fila degli avanzi sociali che la societ\u00e0 stessa rigetta non trovando per loro uno spazio degno di essere definito umano<\/strong>. Succede dunque che una persona che finisce di scontare la propria pena, una volta rimessa in libert\u00e0, non abbia un posto dove andare a stare, non abbia soldi e in quanto pregiudicata abbia anche difficolt\u00e0 a trovare lavoro.&nbsp;<strong>In assenza di un\u2019assistenza \u00e8 costretta a cercare sistemazioni di fortuna, a chiedere aiuto alle persone che ha conosciuto dentro grazie alle attivit\u00e0 trattamentali e con le quali ha mantenuto i contatti, a barcamenarsi tra innumerevoli espedienti<\/strong>. In ogni caso, nella sua esistenza post pena cambia poco, lo status che la caratterizza \u00e8 ben definito dalla scheda nel casellario e dalla condizione sociale in cui si trova: \u00e8 uno scarto.<br>Anche&nbsp;<strong>A. vive cos\u00ec, come uno scarto<\/strong>. Dorme sui cartoni su scale e sagrati, si lava alle fontane pubbliche, si porta dietro una cerata coi suoi effetti personali, rimedia lavori in nero di qualche ora per guadagnare il necessario per comprarsi da mangiare. Quando non ha, ruba un panino e una confezione di companatico tra gli scaffali della grande distribuzione.&nbsp;<strong>Il sistema non prevede percorsi di accompagnamento e tutela post detenzione, nemmeno per le persone sole, che non hanno familiari ad assisterle o aspettarle<\/strong>.<br>Una volta che la persona ristretta esce dal carcere, i problemi della vita reale e ordinaria sono soltanto i suoi e se il carcere in cui ha soggiornato non ha garantito attivit\u00e0 trattamentali e professionalizzanti \u2013 non ha, vale a dire, assolto al proprio dovere di rieducazione \u2013&nbsp;<strong>la persona detenuta che \u00e8 riconsegnata alla societ\u00e0 viene lasciata fuori dai cancelli in una nudit\u00e0 drammatica di prospettive, senza sostegno, senza nessuna qualifica che sia spendibile a rifarsi una cosiddetta vita<\/strong>.<br>I. una casa ce l\u2019ha, ma non ha i soldi per pagare l\u2019affitto, non ha i soldi per pagare le bollette, non ha i soldi per comprare la bombola per cucinare, non ha i soldi per comprare da mangiare e soprattutto non ha un lavoro. Si aggrappa a chi pu\u00f2, rischia di risultare inopportuno col suo chiedere, ma&nbsp;<strong>come \u00e8 possibile misurare l\u2019inopportunit\u00e0 \u2013 e il fastidio \u2013 dell\u2019indigenza; con quale sistema metrico \u00e8 possibile stabilire oltre quale limite del decoro e della decenza non debba spingersi la povert\u00e0?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>I percorsi virtuosi esistono, figurarsi, ed esisterebbe anche&nbsp;<strong>un regolamento fresco di stesura sulle case di accoglienza per le persone detenute che, non avendo un domicilio, non possono accedere alle misure alternative<\/strong>. Il problema, per\u00f2, come per le Rems (Residenze per l\u2019esecuzione delle misure di sicurezza), \u00e8 la disponibilit\u00e0 di fatto delle strutture e, in ogni caso, parliamo di una misura che non contempla di essere estesa alle persone che la pena l\u2019hanno scontata e che, una volta fuori, continuano a non disporre di un domicilio.<br><strong>La strada \u00e8 l\u2019unica opzione, oltre ai presidi di accoglienza come le mense e i dormitori che, pur tamponando parzialmente una condizione di disagio, tuttavia non possono essere chiamate casa<\/strong>.<br>In assenza di condizioni che consentano alla persona un reinserimento sociale e non la spingano a commettere recidive per poter sopravvivere, va da s\u00e9 che&nbsp;<strong>il carcere, come dispositivo correttivo \u2013 qualora avessimo bisogno di altri argomenti che lo confermino -, ha fallito<\/strong>.<br>Ha fallito l\u2019attivit\u00e0 trattamentale, screditata e spinta sempre pi\u00f9 ai margini nonostante fin troppo spesso sia l\u2019unica forma di impegno della popolazione detenuta. Ha fallito tutto il comparto educativo, che dovrebbe invece sostenere e potenziare le attivit\u00e0 trattamentali e le professionalizzanti, la scuola, le pratiche di culto e lo sport.&nbsp;<strong>Ha fallito la direzione penitenziaria, incapace di rinunciare a un approccio afflittivo e punitivo che notoriamente, in nome di una non meglio precisata sicurezza, riduce al minimo \u2013 quando non depenna del tutto \u2013 le attivit\u00e0 formative interne di volontariato<\/strong>&nbsp;che potrebbero contribuire al ravvedimento e all\u2019accompagnamento e le misure alternative che consentirebbero alla persona detenuta di reinserirsi gradualmente nel tessuto sociale.<br>La mancanza di pensiero prospettico nel medio e lungo periodo d\u00e0 la misura di quanto e come siano considerate le persone dentro i penitenziari, quanto alto sia su di loro il pregiudizio dell\u2019irrecuperabilit\u00e0 e quanto lontana sia la divaricazione tra mondo carcerario e societ\u00e0 civile per non tenere conto dei vuoti giuridici, amministrativi, umani dentro i quali precipitano le persone che escono libere.&nbsp;<strong>Per il carcere, la persona rilasciata non \u00e8 pi\u00f9 un pensiero. Non lo era nemmeno quando doveva esserlo, quando era sotto la sua giurisdizione, figurarsi dopo. Per la legge, non \u00e8 n\u00e9 pi\u00f9 n\u00e9 meno di un cane randagio chippato e rimesso sul territorio<\/strong>. Una persona controllata, stigmatizzata con la lettera scarlatta della soggettivit\u00e0 pregiudicata, ma non pensata come soggettivit\u00e0 vulnerabile.<br><strong>Chi sconta pene lunghe ha enormi difficolt\u00e0 a riconnettersi con l\u2019ordinario, maneggiare il denaro, spostarsi coi mezzi, utilizzare i dispositivi elettronici, ripristinare anche solo un rapporto sensoriale con l\u2019esterno \u2013 la deprivazione sensoriale \u00e8 una vera e propria patologia che affligge le persone ristrette<\/strong>. Lasciarla sola fuori dai cancelli significa consegnarla a uno stato di disorientamento e a un senso di abbandono in cui, pi\u00f9 che la razionalit\u00e0, ha gioco facile l\u2019urgenza di trovare una soluzione immediata e, quasi sempre, la soluzione immediata non \u00e8 una soluzione scevra di rischi.<br><strong>Il problema fondamentale dell\u2019intero sistema \u00e8 l\u2019essere troppo convulso nelle fasi&nbsp;<em>in itinere<\/em>, troppo sclerotizzato, troppo macchinoso, troppo lacunoso perch\u00e9 sia possibile intraprendere la costruzione di un sistema&nbsp;<em>ex post<\/em>, che inizi fuori dai cancelli delle carceri&nbsp;<\/strong>e accompagni la persona ex detenuta nelle fasi immediatamente successive la sua scarcerazione, che la segua nell\u2019istruzione di pratiche e nella compilazione di documenti, nella ricerca di casa e lavoro, nell\u2019apertura di un conto corrente; che le dia un supporto psicologico, un sussidio temporaneo, assistenza giuridica e spirituale. Un sistema, insomma che si faccia carico della cura in un passaggio fragilissimo dal carcere alla societ\u00e0, la membrana sottilissima che separa il confine tra la redenzione e la recidiva.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Ogni anno i dati\u00a0dimostrano quanto un lavoro e un buon reinserimento sociale abbassino le percentuali delle recidive, quanto una buona attivit\u00e0 trattamentale contribuisca alla ricostruzione umana e sociale della persona, oltre che ad abbassare le tensioni intramurarie, il sovraffollamento e il\u00a0rischio di atti suicidari<\/strong>.<br>La recidiva \u00e8 inversamente proporzionale alla riabilitazione della persona come soggettivit\u00e0 attiva nel tessuto sociale in cui vive. Predisporre un percorso virtuoso che curi la persona e la metta in condizioni di non tornare a delinquere significherebbe dare senso e valore al tempo della detenzione, ma anche restituire dignit\u00e0 di cittadino e cittadina a chi ha saldato i propri debiti con la legge. Tuttavia, da questo orecchio, buona parte delle amministrazioni penitenziarie sembrano non sentire, in nome di dinamiche pi\u00f9 tese alla conservazione dello status quo interno \u2013 che, in assenza di alternativa, replica i comportamenti criminogeni dell\u2019esterno \u2013 che non invece alla rifondazione delle persone.<br><strong>Bisognerebbe risalire la catena dell\u2019empatia, dell\u2019umanit\u00e0 per farsi carico di marginalit\u00e0 che diventano oppresse nel momento in cui vengono dimenticate<\/strong>. Bisognerebbe ricordare \u2013 come scriveva\u00a0<strong>Anton \u010cechov<\/strong>\u00a0\u2013 che\u00a0<em>dalla sacca del mendicante e dalla galera, nessuno pu\u00f2 ritenersi al sicuro<\/em>\u00a0e ripristinare la centralit\u00e0 della vita umana qualsiasi sia la sua espressione, la colpa che le grava addosso, la scaturigine del vissuto. Bisognerebbe pensare meno al potere e pi\u00f9 alla compassione, meno alla punizione e pi\u00f9 alla guarigione.\u00a0<strong>Bisognerebbe, insomma, <a href=\"https:\/\/labibliotecadimontag.wordpress.com\/2025\/01\/05\/manifesto-utopico-della-buona-galera\/\">costruire l\u2019utopia possibile<\/a><\/strong>\u00a0nella quale \u2013 scriveva\u00a0<strong>Simone Weil<\/strong>\u00a0\u2013\u00a0<em>Gli sventurati di questo mondo non hanno bisogno di altro che di uomini capaci di rivolgere loro la propria attenzione<\/em>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Articolo pubblicato da Sabrina sul sito &#8220;La biblioteca di Montag&#8220; La rieducazione in carcere produce persone senza dimora, soggettivit\u00e0 povere e marginalizzate; contribuisce a farcire le fila degli avanzi sociali che la societ\u00e0 stessa rigetta non trovando per loro uno spazio degno di essere definito umano. 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