Suicidi in carcere, il cinismo di Nordio

Articolo scritto da Ilaria Baraldi, segretaria della Società della Ragione, per Il manifesto del 20 agosto

Da inizio anno si contano 53 suicidi dietro le sbarre. Tra le vittime anche un minorenne, deceduto alla vigilia di ferragosto dopo essersi impiccato all’Istituto penale minorile di Treviso. Si chiamava Danilo Rihai.
A questo numero occorre aggiungere – a testimonianza dell’atrocità della situazione carceraria – trenta decessi per cause da accertare, che si sommano al numero dei morti per cause naturali che, come sottolineato dal rapporto del Garante nazionale per le persone private della libertà, sono l’effetto della drammatica carenza di una effettiva assistenza sanitaria in carcere.

Eppure secondo il ministro Nordio non c’è «nessun allarme suicidi» nelle carceri italiane, perché nei primi sette mesi del 2025 si sarebbe tolto la vita un numero «sotto la media nazionale dell’ultimo triennio». Ad un discutibile calcolo si aggiunge il cinismo con cui il ministro risponde ai dati diffusi dal Garante e la surreale retromarcia dello stesso sui dati appena presentati. Cose che succedono se a ruolo di garante si nomina chi fino al giorno prima faceva parte dell’amministrazione penitenziaria da oggi oggetto di controllo. Era già successo a Ferrara, dove garante fu nominato, dal sindaco leghista, l’ex direttore del carcere, con l’ovvia e immediata conseguenza di annacquare la garanzia di terzietà.
Lo stesso cinismo fece dire a Nordio che il sovraffollamento serve per impedire i suicidi, affermazione tanto assurda da non essere commentabile.
La situazione è così evidente nella sua gravità che l’Spp, Sindacato di polizia penitenziaria, accusa il ministro di «tentare goffamente di negare l’innegabile», perché le manie securitarie e punitive di questo
governo si ritorcono contro gli stessi agenti penitenziari – sottodimensionati per numero – costretti a lavorare in pessime condizioni, in un circolo vizioso di insoddisfazione e demotivazione e scarsa formazione, che solo una politica miope può non collegare agli episodi di violenza carceraria.
Nel caldo agostano tutto è più difficile, in carcere: serve un ministro la cui azione sia volta a prevenire e ridurre i rischi per la vita e la salute dei detenuti, non un opportunista ragioniere che mistificando i
numeri gioisce per una farlocca statistica. Come ricorda Stefano Anastasia, Garante del Lazio, «la contabilità mortuaria è la fine di ogni politica penitenziaria».
La mancanza della reale volontà di affrontare il problema con l’obiettivo di risolverlo sta in due dati, che viaggiano paralleli: da un lato, tutte le proposte, dalla liberazione anticipata, alle case territoriali, alle comunità e strutture per detenuti “tossicodipendenti” e con disagio mentale, sono finite in un cassetto o bocciate dalla maggioranza. Dall’altro, questo governo iper produce nuove fattispecie di reato e aumenta le pene edittali, prevedendo sempre più carcere nel decreto «sicurezza», anche per quelle fattispecie che più efficacemente potrebbero essere trattate senza detenzione (i decreti «rave» e «Caivano») e dimenticando dolosamente la prevenzione, sottovalutata e mai finanziata ( legge sui femminicidi).
Preferire la propaganda alla reale soluzione dei problemi non migliora la condizione carceraria per le persone detenute e per chi vi lavora, non ferma i suicidi. Ha come unico effetto la creazione di una opinione pubblica sempre meno consapevole di cosa sia uno stato di diritto e sempre più incline a un populismo violento fatto di «giustizia è fatta» e «buttate via la chiave».

Di questo clima intossicato da allarmi sociali e moralismo da quattro soldi pagano le conseguenze gli ultimi della fila, i miserabili e i reietti, i condannati e quelli in attesa di giudizio, gli immigrati e le donne rom, i minori non accompagnati, i poveri che non possono permettersi una buona difesa, le persone senza una casa dove poter finire la pena. Ma la pagheremo tutte e tutti, a lungo andare.

Autore dell'articolo: feniceadmin