6 Febbraio. Un digiuno per cambiare il carcere

Articolo di Franco Corleone pubblicato il 4 febbraio 2026 su Il Manifesto

Alex Langer

Ho partecipato sabato e domenica a un convegno a Verona dedicato alla figura di Alex Langer, in occasione degli ottanta anni dalla nascita, mentre l’anno scorso ricorrevano i trenta dalla sua tragica scomparsa, organizzato dal Movimento nonviolento con la presenza di centinaia di persone. Non solo per ricordare una figura profetica, ma per trovare forza per rispondere al trionfo della forza e della violenza.

La domanda che ha percorso molti interventi è legata alla nonviolenza, agli strumenti da inventare per sostenere le battaglie delle donne curde e iraniane nel momento in cui il dissenso e la disobbedienza sono criminalizzati.

Nella cripta di una suggestiva chiesa romanica abbiamo ascoltato con commozione le parole di Langer dedicate a Giona e l’elogio del digiuno.

Ho ripensato alle parole dell’arcivescovo di Milano sulla tragedia del carcere e al suo monito di non essere complici. Così ho deciso di prepararmi all’assemblea aperta del 6 febbraio a Roma “Diritti, clemenza e umanità,” un momento costruito per dare voce a chi soffre ogni giorno le contraddizioni insostenibili nella vita quotidiana, vedendo morire detenuti, vedendo l’autolesionismo e il sangue, constatando impotenti la violazione del diritto alla salute, con alcuni giorni di digiuno.

Sappiamo tutto e abbiamo le proposte per cambiare le cose. Non è rinviabile un provvedimento di amnistia e indulto che elimini la detenzione sociale dal carcere e riporti le presenze alla metà di quelle attuali. La misura di clemenza va accompagnata da un provvedimento che preveda il numero chiuso, la concessione di misure alternative al momento del giudizio e l’istituzione di case di reinserimento sociale. Sarebbe anche l’ora di chiudere le cosiddette case lavoro che rappresentano una offesa alla Costituzione, trasformando trecento sventurati, dopo avere scontato la pena, da detenuti a internati, con una misura di sicurezza per presunta pericolosità sociale (con definizioni lombrosiane) di durata senza fine, un possibile ergastolo bianco.

Già oggi centomila persone sono sottoposte alle più varie misure alternative (compresa la messa alla prova), con un investimento nettamente inferiore alla costruzione di nuove carceri e di padiglioni prefabbricati di cemento armato con la necessità di nuovo personale. Ma forse è proprio questo il motivo della scelta di edilizia invece di ristrutturare il patrimonio esistente, applicando le norme civili del Regolamento del 2000 inapplicate: fare affari d’oro e replicare contenitori di corpi, da torturare.

Così si può disattendere la prescrizione puntuale della Corte costituzionale sul diritto alla affettività.

Le detenute e i detenuti non possono e non devono fare azioni che li metterebbero a rischio di anni di galera, ma i garanti, i volontari, i militanti delle associazioni di impegno sociale, gli avvocati e i familiari possono realizzare una catena umana di denuncia e di solidarietà.

Ripropongo le parole dell’arcivescovo Delpini: «La Costituzione della Repubblica italiana è tradita nelle reali condizioni dei carcerati. La Costituzione è smentita dall’accanimento progressivamente repressivo delle indicazioni normative. Sono impraticabili percorsi accessibili a tutti per il reinserimento dei colpevoli di reati nella convivenza sociale. Le condizioni di squallore, di degrado e di violenza non facilitano il riconoscimento del male compiuto. Piuttosto suscitano rabbia, risentimento, umiliazioni. Si può prevedere che persone così maltrattate in carcere saranno persone più pericolose fuori dal carcere: hanno imparato a odiare le istituzioni piuttosto che assumere la responsabilità di essere cittadini onesti. Le condizioni di detenzione sono insostenibili per il sovraffollamento. Il rimedio al sovraffollamento non potrà essere l’incremento della spesa di denaro pubblico per costruire altre prigioni».

E’ paradossale che la voce di Cesare Beccaria risuoni dal Duomo di Milano. Ma non è un caso che è la città di Padre Davide Turoldo e del cardinale Carlo Maria Martini.

Autore dell'articolo: feniceadmin