Don Paolo Selmi denuncia le condizioni della “cella liscia”: «Voleva chiamare la madre, ma non gli è stato possibile»
Articolo pubblicato su Il dubbio del 12 Giugno 2026

Un detenuto fragile, con disturbi psichiatrici, rinchiuso in una “cella liscia” del carcere di San Vittore. Un luogo descritto come «vuoto di tutto, sporco, spesso con gli escrementi a terra e docce da cui non sgorga l’acqua». Poi il tentativo di suicidio, il ricovero in ospedale e la morte.
A denunciare le condizioni in cui si trovava Lamin Sonko, trentenne gambiano fermato nei giorni scorsi con un machete dalla polizia penitenziaria, è don Paolo Selmi, presidente della Casa della Carità, che ha comunicato il decesso del detenuto e ha raccontato il lavoro dei volontari dentro l’istituto milanese.
La denuncia di don Selmi
«Si trovava in una “cella liscia”, un posto vuoto di tutto, sporco, spesso con gli escrementi a terra e docce da cui non sgorga l’acqua. Un luogo disumano», afferma don Selmi.
Secondo il presidente della Casa della Carità, il detenuto ripeteva di voler telefonare alla madre, ma non gli sarebbe stato possibile farlo. «Ci ripeteva che avrebbe voluto telefonare alla madre ma non gli è stato possibile farlo», racconta.
Sonko era stato conosciuto dai volontari nell’ambito di un progetto sperimentale che da qualche tempo porta gli operatori della Casa della Carità a entrare negli istituti di pena e a incontrare detenuti considerati ad alto rischio.
«Entriamo nelle celle dove finiscono tutte le fragilità»
Don Selmi spiega il senso del progetto: «Entriamo nelle celle dove ci sono detenuti “ad alto rischio” per fargli compagnia in un luogo dove finiscono tutte le fragilità».
Il carcere, nelle sue parole, appare come il punto di caduta di problemi sociali, psichiatrici e umani che restano senza risposta adeguata. «La persona che si è tolta la vita si lamentava di non avere potuto telefonare alla madre, chi è in quelle celle ha poche relazioni», aggiunge.
Il carcere chiuso e la salute mentale
Per don Selmi, la risposta non può essere la chiusura. «È necessario che il carcere si apra al mondo esterno, Milano non è una città indifferente e tante persone, oltre a quelle che già lo fanno, darebbero il loro contributo», afferma.
Il riferimento è anche al rapporto di Antigone, significativamente intitolato “Tutto chiuso”. Una formula che, nel racconto del presidente della Casa della Carità, descrive non solo l’organizzazione degli istituti, ma anche la difficoltà di far entrare relazioni, presenze, supporto e sguardi esterni.
«Chi è trattato male non può che generare altro male», avverte don Selmi. Una frase che riassume il nodo centrale: il carcere non può limitarsi a contenere fragilità estreme senza interrogarsi sugli effetti che produce sulle persone detenute, sul personale e sulla sicurezza complessiva degli istituti.
Gli agenti: «Queste persone non devono stare qui»
Nella denuncia di don Selmi c’è anche il punto di vista di chi lavora ogni giorno dentro il carcere. «Anche i giovani agenti penitenziari vengono da me e mi dicono che queste persone con disturbi psichici non devono stare qui ma essere curate», racconta.
