Il “povero” Roggero e la realtà delle carceri italiane

Articolo pubblicato da Lunina Casarotti sulla sua pagina facebook

Leggere questa cronaca su Repubblica mi rivolta lo stomaco. Fa emergere una rabbia fredda, lucida, che solo chi ha passato anni là dentro può capire fino in fondo. E sia chiaro: da ex detenuta, il mio non è un attacco personale a Roggero. Per come la vedo io, il carcere è un abominio disumano, una discarica sociale che non dovrebbe esistere per nessuno, e non dovrebbe esserci posto là dentro nemmeno per lui. Nessun essere umano dovrebbe essere rinchiuso in una scatola di cemento a marcire. Il fastidio profondo, quello che ti toglie il fiato, nasce invece dall’ipocrisia vomitevole di un sistema in cui lo Stato e la politica usano le strutture penitenziarie come un palcoscenico di serie A e di serie B, a seconda della convenienza del momento.

​Oggi l’Italia delle carceri sta letteralmente scoppiando, siamo davanti a cifre da record storico della vergogna: i dati del DAP e dei monitoraggi di questi giorni parlano chiaro, abbiamo superato la soglia critica delle 64.700 persone detenute, stipate in posti che sulla carta dovrebbero ospitarne al massimo 47.000. Parliamo di un tasso di sovraffollamento medio reale che sfiora il 140% a livello nazionale, con punte spaventose che superano il 200% in molti istituti ordinari, come San Vittore o Brescia. Fuori c’è un’ondata di caldo atroce, e dentro le sezioni la gente crepa soffocata. Ed è qui che vedi l’inganno dei numeri. Sulla carta, le celle sarebbero concepite per garantire lo spazio vitale minimo imposto dalle leggi europee. La realtà del corridoio, invece, è che quelle stanze vengono brutalmente trasformate: ci montano castelli di ferro a tre piani che toccano il soffitto per stipare sei o sette persone dove dovrebbero starne due. Nei cameroni più grandi si arriva all’assurdo di dieci persone ammassate nella stessa cella, con lo spazio calpestabile ridotto a zero. Non puoi muoverti senza urtare qualcun altro, non c’è aria, non c’è ventilazione. È una pressione umana e psicologica insostenibile che in questi primi mesi dell’anno ha già provocato una strage silenziosa di suicidi. ​E la risposta della politica di fronte a questo sfacelo è il solito gioco delle tre carte. Da un lato riempiono i telegiornali con la promessa di grandi piani edilizi per nuove carceri, che servono solo a gettare fumo negli occhi all’elettorato sapendo benissimo che ci vorranno anni di burocrazia, mentre l’emergenza morde la carne della gente adesso. Dall’altro, rifiutano qualsiasi misura alternativa immediata. Anzi, con il nuovo Decreto Sicurezza hanno fatto il contrario: hanno blindato il sistema introducendo nuovi reati, inasprendo le pene e criminalizzando persino la resistenza passiva o le proteste pacifiche dentro le sezioni. Siamo arrivati a un punto di rottura assoluto dove la risposta dello Stato è solo più gabbia, più reati, più punizione. Tutto questo per alimentare un circuito infernale, perché all’interno di quelle mura non esiste alcuna rieducazione. Chi riesce faticosamente a uscire da liberante si ritrova catapultato in un deserto sociale: fuori ti aspetta il marchio infame della fedina penale sporca, un timbro indelebile che ti taglia le gambe perché nel mondo reale nessuno ti assume. Lo Stato ti sbatte fuori senza averti dato uno strumento, ti nega il diritto di ripartire e ti chiude ogni porta in faccia. A quel punto, l’unica strada che ti lasciano aperta per sopravvivere è commettere nuovi reati e tornartene in galera. È una fabbrica della recidiva, un tritacarne che ti distrugge dentro per poi spingerti di nuovo nel baratro.

​Mentre migliaia di invisibili affrontano questa polveriera quotidiana e questo destino segnato, per Roggero si muove l’intero arco costituzionale della destra al governo. Certo, tecnicamente la legge dice che qualsiasi condannato può presentarsi al cancello di un istituto a sua scelta per costituirsi. Ma chi conosce i meccanismi interni sa benissimo come va a finire per la gente comune: se un povero cristo si costituisce a Bollate, lo immatricolano e lo spediscono via dopo due ore su un blindato diretto a San Vittore o a Opera, perché Bollate è un carcere a custodia attenuata. Per rimanerci, devi prima sputare sangue per anni nei gironi infernali dei penitenziari ordinari. Roggero invece non è stato trasferito. È rimasto lì, passando direttamente dalla libertà al fiore all’occhiello del sistema penitenziario milanese. Ed è qui che i media e la politica hanno iniziato a lavorare di fino per costruirgli addosso lo status di eccezione, aggrappandosi persino ai dettagli del suo ingresso. Hanno subito fatto circolare la storia dei suoi libri e di quel cuscino portati da casa, usandoli sui giornali come il simbolo patetico di una vulnerabilità anziana e colta. Io non so, e nessuno fuori può sapere con certezza, se quel cuscino supererà i controlli del casellario, se le regole rigide sui materiali costringeranno i familiari a riportarselo indietro o se la pressione istituzionale spingerà la direzione a concedergli una deroga speciale per tenerlo in branda. Ma il punto è che, a prescindere da come andrà a finire la trafila burocratica per quegli oggetti, la suggestione domestica è già stata incassata per spianare la strada a una pietà pubblica che a nessun altro viene concessa. ​Chi non ha provato la cella sulla propria pelle non può capire l’abisso che separa questa attenzione morbosa dalla miseria del trattamento ordinario. Quando stavo alla Dozza, il cuscino e il materasso ministeriali erano una condanna nella condanna. Quella spugna sintetica, industriale, porosa, trattiene lo schifo di anni e di tutti i corpi venuti prima di te: capelli incastrati nelle fibre, macchie di liquidi biologici, aloni di sudore acido, saliva e urina lasciati da chissà chi. Sul materasso c’era quel buco profondo al centro, una deformazione che ti costringeva, quando ti sdraiavi, ad assumere la forma di una sconosciuta e a respirare l’odore del suo passato, appoggiando la faccia a pochi centimetri da una spugna infetta. D’estate, con quaranta gradi, quel materiale diventa una piastra bollente che ti si appiccica addosso. Anche se sono stata in una cella prima con tre persone e poi con due, l’aria mancava comunque. Per intercettare dal basso quel singolo millimetro di ventilazione che arrivava dal corridoio, dovevi buttarti sul cemento nudo vicino al blindo, con l’asciugamano bagnato a terra. Per sopravvivere a questo sfacelo quotidiano, l’unica cosa che il sistema offriva regolarmente era il carrello della terapia: gocce e neurolettici usati come anestesia di massa, per addormentare i corpi e spegnere il dissenso prima ancora che nascesse. E se osavi protestare per una qualsiasi cosa, se provavi a far valere un tuo minimo diritto, la risposta era immediata: rapporti disciplinari, punizioni e isolamento. Ti chiudevano lo spioncino in faccia e ti toglievano quel poco che avevi.

​Su questa realtà si innesta il cinismo dei dettagli sbattuti oggi in prima pagina, come la storia del compagno di cella marchiato subito con l’etichetta del “narcotrafficante”. Sbattono quella definizione criminale nei titoli non per fare cronaca, ma per creare un contrasto violento, usando il profilo dell’altro detenuto come uno spauracchio per far gridare l’opinione pubblica allo scandalo dell’uomo indifeso rinchiuso in mezzo ai mostri. È una strategia sfacciata, dove si riduce la vita e il reato di un’altra persona a un semplice sfondo scuro per ripulire la coscienza del personaggio eccellente e giustificare la corsia preferenziale per la grazia. E sia chiaro, il problema non sono i singoli giornalisti che riportano i fatti, ma come il meccanismo dell’informazione si presti a questa narrazione politica, trasformando i destini in pedine per fare sensazionalismo. Io non mi accanisco contro chi sta dentro, né mi interessano le etichette per scopi elettorali. Quello che mi fa imbestialire è la spaventosa disponibilità del sistema nel tutelare una figura d’eccezione, mentre per tutti gli altri c’è solo il disprezzo.

​E mentre si consumano i primi giorni di detenzione, fuori va in scena una sfilata istituzionale che rasenta il ridicolo. Matteo Salvini varca i cancelli di Bollate per andarlo a trovare subito dopo la sua prima notte, rimanendo dentro per circa un’ora e mezza, per poi dichiarare davanti alle telecamere che sarebbe orgoglioso di poterlo candidare. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio fa sapere di aver già attivato l’istruttoria per la grazia dietro spinta della maggioranza, scatenando un tale caos da costringere il Presidente Mattarella a convocarlo d’urgenza al Quirinale per una censura durissima, ricordando al governo che la concessione della grazia è una prerogativa esclusiva del Capo dello Stato, non un giocattolo da campagna elettorale. Nel frattempo, lo stesso Roggero dichiara alla stampa di aspettarsi il provvedimento di clemenza perché, a detta sua, Mattarella ha concesso la grazia “a uno scafista e alla Minetti”.

​Questa cronaca sbatte in faccia a tutta Italia una verità spietata: lo Stato sa perfettamente quanto il carcere sia un inferno disumano. Certo, lui è dentro solo da pochi giorni, ed è impossibile sapere oggi se l’amministrazione deciderà di trasferirlo o se questa sistemazione a Bollate sarà definitiva. Non è questo il punto. La disparità intollerabile è che per lui la macchina politica si sia attivata all’istante per costruirgli una corsia umanitaria protetta, mentre per le istituzioni esiste una massa di invisibili senza nome che i ministeri e i governi considerano pura carne da macello sociale. Quand’è che un ministro ha fatto le corse per muovere un’istruttoria di grazia per un ragazzo vulnerabile, un giovane con gravissimi problemi psichiatrici lasciato a consumarsi nell’abbandono di una cella ordinaria? Nonostante gli anni passati da quando sono ritornata in libertà, la memoria del cemento non si cancella, e questa infamia strutturale oggi è più viva che mai.

…E se in queste righe ho scavato nei dettagli più viscerali del degrado, è solo perché la realtà del sistema non tollera edulcorazioni. Non è un esercizio di rabbia: è la radiografia esatta di un meccanismo concepito, strutturato e oliato per un unico scopo reale. Quello di schiacciare..

Autore dell'articolo: feniceadmin