Garanti in piazza: “Non c’è più tempo per fermare la strage”

di Damiano Aliprandi | Il Dubbio, 14 luglio 2026

Tre giornate di mobilitazione davanti e dentro le carceri italiane, e sono già cominciate. La Conferenza nazionale dei garanti territoriali delle persone private della libertà personale ha deciso di riportare la questione penitenziaria al centro dell’attenzione con iniziative nei territori partite ieri, 13 luglio, dinanzi o all’interno degli istituti, nei luoghi della giustizia e ovunque sia possibile richiamare la politica alle sue responsabilità. Oggi la protesta entra nel suo secondo giorno e coincide con la mobilitazione nazionale promossa dalle associazioni e dalle reti del Terzo settore che da anni lavorano intorno al mondo del carcere: una giornata a cui la Conferenza ha aderito con convinzione. Le iniziative andranno avanti fino a domani. Il messaggio che le accompagna è netto già nel titolo del documento diffuso per l’occasione: “Non c’è più tempo: fermare la strage di vite e di diritti nelle carceri italiane”.

Il punto di partenza sono i numeri. Oggi in Italia i detenuti sono oltre 64 mila. Secondo il sito sovraffollamentocarcerario.it, progetto del giornalista specializzato in dati Marco Dalla Stella che ogni giorno raccoglie ed elabora le schede di trasparenza pubblicate dal ministero della Giustizia, all’ultimo aggiornamento le persone detenute erano 64.698. La capienza ufficiale sarebbe di 51.185 posti, ma quasi 5mila risultano non disponibili tra sezioni chiuse, reparti inagibili e celle fuori uso. Restano così poco più di 46mila posti realmente utilizzabili, e il tasso di sovraffollamento reale sfiora il 140 per cento: quasi 14 detenuti ogni dieci posti effettivi.

Dietro le cifre, ricorda la Conferenza, ci sono corpi, volti e storie. Il sovraffollamento vuol dire caldo insopportabile, celle invivibili, tensione continua, disagio psichico, autolesionismo, suicidi. E c’è un dato che dovrebbe scuotere più di ogni slogan. Negli ultimi tre anni oltre 17mila detenuti hanno ottenuto un riconoscimento, economico o in termini di riduzione della pena, per trattamenti inumani e degradanti ai sensi dell’articolo 35-ter dell’ordinamento penitenziario. Non lo dicono i garanti né le associazioni, scrive la Conferenza: lo dice lo Stato, attraverso i magistrati chiamati a certificare condizioni incompatibili con la dignità umana e con l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Quando lo Stato è costretto a risarcire chi tiene in custodia perché non riesce a garantirgli condizioni minime di dignità, si legge nel documento, significa che qualcosa si è rotto profondamente.

I garanti richiamano anche i moniti del Presidente della Repubblica, che ha più volte parlato di sovraffollamento e suicidi come di una vera emergenza sociale, e la condanna arrivata già anni fa dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per i trattamenti legati al sovraffollamento. Il rischio, avvertono, è di ritrovarsi allo stesso punto: numeri analoghi, criticità analoghe, stessa incapacità di assumere decisioni coraggiose.

Da Sollicciano all’ammissione come Amicus Curiae – Un episodio in particolare torna nel documento. Il Tribunale di Firenze, su richiesta della procura, ha disposto il sequestro preventivo di sette sezioni del carcere di Sollicciano: tre del reparto giudiziario maschile, tre del reparto penale maschile e la sezione Accoglienza. La decisione – il cui contenuto è stato reso pubblico da Il Dubbio – è arrivata dopo i sopralluoghi di Polizia, Asl e Guardia di Finanza, che hanno rilevato gravi criticità nelle condizioni igieniche delle celle, nell’abitabilità dei dormitori, negli impianti elettrici e nella sicurezza degli ambienti. E notizia di pochi gironi fa è che il Tribunale del Riesame di Firenze ha respinto il ricorso del ministero della Giustizia contro il decreto di sequestro. Per i garanti, quando un giudice è costretto a chiudere interi reparti, il degrado non è più una denuncia ma una verità accertata.

C’è però anche un riconoscimento istituzionale che la Conferenza rivendica. Il 30 giugno il presidente della Corte costituzionale ha ammesso la Conferenza nazionale dei garanti territoriali come Amicus Curiae. Un passaggio che i garanti leggono come una conferma del proprio ruolo, sostenuto da poteri che la legge già riconosce: colloqui riservati con i detenuti, la possibilità di ricevere la loro corrispondenza, la facoltà di visitare gli istituti senza autorizzazione preventiva. Da qui parte la richiesta principale, quella di un gesto di clemenza. La Conferenza chiede un provvedimento deflattivo immediato, serio, selettivo e orientato alla Costituzione. “Non è buonismo, è responsabilità”, si legge. “Un sistema saturo non rieduca, non cura, non reinserisce e non produce sicurezza”.

Le richieste e l’appello: “Venite e vedete” – Nel concreto i garanti chiedono due misure. La prima è una liberazione anticipata speciale, che porti da 45 a 75 giorni per ogni semestre la detrazione di pena per chi partecipa in modo positivo al percorso di recupero. Non un “liberi tutti”, precisa il documento, ma uno strumento legato alla condotta e alla partecipazione all’opera rieducativa. La seconda riguarda i detenuti con un residuo di pena non superiore a un anno, non condannati per reati ostativi e senza concrete esigenze di sicurezza: circa 8-9 mila persone che potrebbero essere accompagnate verso misure alternative, detenzione domiciliare, lavoro, cura, comunità.

Accanto ai provvedimenti sulle pene, i garanti chiedono di rafforzare chi tiene in piedi il sistema ogni giorno: magistratura di sorveglianza, Uepe, educatori, psicologi, assistenti sociali, personale sanitario, polizia penitenziaria, mediatori culturali, cancellieri. La dignità dei detenuti e quella del personale, sottolineano, appartengono alla stessa battaglia. Serve anche un piano straordinario per la salute in carcere, per il disagio psichico, le dipendenze, i detenuti malati, gli stranieri senza rete familiare, i giovani adulti e i minori. Il carcere, avverte la Conferenza, non può essere il contenitore di tutte le fragilità che fuori non trovano risposta.

C’è anche una critica, nemmeno troppo velata, alla moltiplicazione di organismi e sigle “dal forte impatto mediatico ma dalla dubbia utilità concreta”. La tutela delle vittime, scrivono i garanti, è sacrosanta, ma non si realizza rendendo il carcere più disumano: si realizza prevenendo la recidiva e costruendo percorsi reali di reinserimento. “Non abbiamo bisogno di nuove bandiere. Abbiamo bisogno di un carcere più costituzionale”.

A dare voce alla mobilitazione è il portavoce della Conferenza, Samuele Ciambriello, garante campano delle persone private della libertà. “La dignità delle persone detenute e quella di chi lavora negli istituti penitenziari appartengono alla stessa battaglia di civiltà”, afferma. “Un carcere incapace di rieducare, curare e reinserire non produce maggiore sicurezza, ma alimenta marginalità e recidiva. Difendere la legalità significa anche garantire che la pena sia conforme ai principi della Costituzione”. E aggiunge: “Il carcere torni al centro dell’agenda politica del Paese. Le istituzioni hanno il dovere di intervenire ora”. L’appello finale è rivolto alla politica e alla società civile, con un invito diretto a entrare negli istituti, ad ascoltare chi ci vive e chi ci lavora, a parlare con volontari, operatori, polizia penitenziaria, cappellani e associazioni. “Venite e vedete. Venite e ascoltate”, chiude il documento. “Non c’è più tempo. La politica intervenga non domani, non presto, ma ora”.

Autore dell'articolo: feniceadmin