Articolo di Liborio La Mattina su La Voce | 18 agosto 2026 |
La visita in carcere con il deputato Mauro Berruto riaccende il dibattito sulle condizioni dell’istituto di Ivrea. L’assessora parla di sport, reinserimento e dialogo. Ma resta una domanda: che cosa ha fatto in questi tre anni? E intanto il giornale dei detenuti non esiste più.
E poi, rientri dalle ferie, apri la posta e ti trovi una mail con un comunicato stampa dell’Amministrazione comunale. Racconta della visita dell’assessora Gabriella Colosso al carcere di Ivrea, dove ha accompagnato il deputato Mauro Berruto nell’ambito del progetto del Partito democratico dedicato alla situazione degli istituti penitenziari. Titolo: “Bisogna aver visto”. E fin qui, benissimo. Bisogna aver visto.
Nel comunicato si racconta che i due hanno incontrato la direttrice Alessia Aguglia e le diverse professionalità che lavorano all’interno dell’istituto, affrontando le condizioni di permanenza delle persone detenute, le esigenze della Polizia Penitenziaria, il lavoro degli operatori, degli educatori, del personale sanitario e dei volontari.
Si parla delle attività educative, di quelle di supporto, dello sport, dei percorsi di reinserimento sociale. Tutto giusto. Tutto bello. Tutto molto istituzionale. E alla fine arriva pure un impegno.
«Valutare la possibilità di strutturare un percorso dedicato alle attività sportive, individuando nell’accesso alla palestra e nella pratica sportiva un importante strumento di benessere per le persone private della libertà e di supporto durante la permanenza in istituto».
Il comunicato aggiunge che l’assessora, “che segue da tempo le tematiche legate alla struttura penitenziaria”, ha sottolineato l’importanza di mantenere un dialogo costante tra Comune, carcere e realtà del territorio, favorendo, per quanto di competenza dell’Amministrazione, occasioni di collaborazione e confronto.
Ed è qui che ci sono cadute le braccia. E forse anche qualcos’altro, ma non diciamo che cosa…
Perché a Ivrea esiste una delega specifica al carcere affidata proprio a Gabriella Colosso. Dopo tre anni di amministrazione, la domanda semplice è: che cosa ha prodotto?
S’intende non nei comunicati. Che cosa è cambiato? Quali sono stati i risultati? Quali iniziative strutturali sono state messe in campo dal Comune? Quali battaglie sono state combattute? Quali porte sono state aperte? Quali diritti sono stati difesi?
Se davvero l’assessora segue “da tempo” le questioni del carcere, allora bisognerebbe anche raccontare che cosa è accaduto nell’estate del 2025 a La Fenice, il giornale online scritto dai detenuti insieme all’associazione Rosse Torri.
Una delle poche voci vere che uscivano da quelle mura. Una voce scomoda, imperfetta, ruvida. Ma viva.
Ve lo diciamo noi… La Fenice non è morta di vecchiaia. Non è morta per mancanza di idee. Non è morta perché i detenuti non avessero più voglia di scrivere. Non è morta perché i volontari si fossero stancati. La Fenice è stata chiusa.
Prima sospesa. Poi imbavagliata. Infine accompagnata educatamente alla porta, come si fa con tutto ciò che disturba senza avere la buona educazione di stare zitto.
Succede nel gennaio 2025, dopo la morte di “Vespino”, uno dei capiredattori. Prima gli articoli da pubblicare finiscono sotto controlli sempre più soffocanti, poi, il 15 giugno 2025, arriva la parola fine e i pc vengono spenti.
La ragione? I testi pubblicati avrebbero danneggiato l’immagine del carcere. Che meraviglia.
Non era il carcere a danneggiare la propria immagine con celle fatiscenti, muffa, letti sfondati, docce fredde, finestre arrugginite, sovraffollamento, diritti compressi e disperazione quotidiana.
No. A danneggiare l’immagine erano quelli che lo raccontavano.
È sempre così. Non dà fastidio la muffa. Dà fastidio chi la fotografa. Non dà fastidio l’acqua fredda. Dà fastidio chi scrive che l’acqua è fredda. Non dà fastidio una cella indegna. Dà fastidio il detenuto che, invece di ringraziare per il privilegio di marcire in silenzio, prende carta e penna e racconta quello che vede.
E allora oggi, a poco più di un anno dalla chiusura, la domanda è inevitabile. Gabriella Colosso dov’era?
Che cosa ha fatto? Ha protestato? Ha chiesto spiegazioni? Ha difeso quella redazione? Ha incontrato i volontari?
Ha chiesto alla Direzione perché fosse necessario spegnere una delle pochissime esperienze capaci di mettere in comunicazione il carcere con la città?
E soprattutto: lo ha raccontato a Mauro Berruto? O se n’è guardata bene dal farlo?
Gli ha detto che fino a poco più di un anno fa, in quel carcere, c’era un giornale scritto dai detenuti e che oggi quel giornale non c’è più? Gli ha raccontato come e perché è stato chiuso?
Gli ha spiegato che, mentre il Partito democratico gira l’Italia con un progetto intitolato “Bisogna aver visto”, a Ivrea c’era chi aveva visto, scritto, raccontato e pubblicato? E che quella voce è stata spenta?
E allora sarebbe interessante conoscere, una volta per tutte, quali siano state in questi tre anni le politiche del Comune di Ivrea sul carcere. Quelle vere. Non le parole.
Le politiche sociali, culturali, inclusive, rieducative, partecipative, progressive e tutte le altre magnifiche definizioni che nei comunicati comunali si riproducono più velocemente dei conigli. Dov’era Colosso quando gli incontri venivano sospesi? Dov’era quando i volontari venivano lasciati fuori? Dov’era quando si è stabilito che raccontare il carcere avrebbe danneggiato l’immagine del carcere? E soprattutto: che cosa ha fatto da allora?
Perché il silenzio, quando dura da più di un anno, smette di essere prudenza. Diventa una scelta.
È quella raffinatissima forma di assenza che non lascia impronte, non sporca le mani, non firma documenti compromettenti, non fa rumore. Ma alla fine produce esattamente il risultato che serve: chi dovrebbe parlare non parla, chi potrebbe disturbare non disturba, chi dovrebbe chiedere conto non chiede conto.
La Fenice dava fastidio perché faceva una cosa terribilmente semplice: raccontava il carcere com’è.
Non il carcere delle fotografie istituzionali. Non il carcere addolcito dalle parole reinserimento, percorso, legalità, umanizzazione. Non il carcere raccontato soltanto quando arriva il politico di turno, si stringono mani, si ascoltano problemi, si prende un impegno e si torna a casa con una bella fotografia da mettere nel comunicato.
E nemmeno il carcere dei gattini che gironzolano qua e là: utilissimi magari, tenerissimi certamente, perfetti per una bella narrazione buonista. Un po’ meno efficaci contro sovraffollamento, muffa, caldo, celle indegne, carenza di personale e disperazione.
La Fenice raccontava il resto. I muri. Le brande. I cessi. La rabbia. La vergogna. La noia. L’attesa. La speranza. La depressione. Il tentativo disperato di restare persone anche quando tutto intorno tende a ridurti a un numero di matricola e a una pratica amministrativa.
Ed è proprio questo il punto. Un detenuto che scrive è pericoloso. Non perché evade. Ma perché esiste. Esiste con un nome, un pensiero, una firma, una sintassi magari storta ma sua. Esiste fuori dal fascicolo. Fuori dalla matricola. Fuori dalla condanna. Esiste come persona detenuta, non semplicemente come corpo da custodire.
E allora prima gli togli la firma. Poi la redazione. Infine la voce. Naturalmente tutto con garbo. Il carcere, però, non dovrebbe avere paura delle parole.
E se ha paura delle parole, il problema non sono le parole. È il carcere.
E una città non dovrebbe voltarsi dall’altra parte quando, dentro le sue mura, una redazione viene chiusa perché racconta troppo. Se lo fa, il problema non è più soltanto del carcere. È della città.
Ivrea nel giugno 2025 ha perso La Fenice. E ha fatto finta di niente. L’assessora ha fatto finta di niente.
Il sindaco ha fatto finta di niente. Magari qualcuno avrà pensato: pazienza, ci sono problemi più importanti.
Certo. Ci sono sempre problemi più importanti. Sono il rifugio preferito di chi non vuole occuparsi di quelli scomodi.
Ma la chiusura di La Fenice era e rimane un problema importante. Perché quando si chiude un giornale, anche piccolo, anche interno, anche scritto dietro le sbarre, si spegne un pezzo di libertà.
Quando si toglie la parola a chi non ha potere, si misura la qualità reale delle istituzioni.
E quando si arriva a sostenere che il racconto della realtà danneggia l’immagine, forse si sta confessando, senza volerlo, che tra realtà e immagine c’è qualche problemino.
Poi arriva Mauro Berruto.
E dopo la visita dice parole difficili da contestare…
«Il Partito democratico, in considerazione dell’emergenza carceri, prosegue il suo progetto dal titolo significativo: “Bisogna aver visto”. Sì, “bisogna aver visto” per capire che cosa significhi, nella realtà, il sovraffollamento dei detenuti e contestualmente il sotto-organico della Polizia penitenziaria, la difficoltà di operatori, educatori, personale sanitario, volontari nell’essere in rapporto adeguato ai detenuti, al fine di poter rispettare un mandato costituzionale, ovvero lo scopo rieducativo degli istituti penitenziari. Bisogna aver visto e sentito il caldo soffocante, gli spazi, la difficoltà di preservare anche solo l’igiene personale. E bisogna aver sentito, come è successo nel mio caso, un detenuto implorare la possibilità di accedere alla palestra, dove poter sfogare l’energia fisica, ridurre lo stress, la rabbia, l’ansia. Lui non sapeva della mia esperienza sportiva, ma ancora una volta mi ha permesso di ricordare quanto lo sport, cui la Costituzione riconosce proprio il valore educativo, sia uno strumento formidabile e, purtroppo, sotto utilizzato».
Ecco. Sì. Bisogna aver visto. Ma bisognerebbe anche aver letto. Letto che cosa ha fatto, concretamente, in questi tre anni il Partito democratico che governa Ivrea per rendere un poco meno disumana la vita dentro il carcere.
Bisognerebbe leggere l’elenco delle iniziative. Dei risultati. Delle battaglie. Delle prese di posizione. Delle volte in cui il Comune ha alzato la voce. Delle volte in cui l’assessora delegata ha detto: no, così non va. Delle volte in cui ha difeso chi, dentro quelle mura, provava semplicemente a raccontarsi. Tra le iniziative di questi anni, una se la ricordano bene un po’ tutti: “Gatti Galeotti”.
L’idea di portare una colonia felina dentro il carcere. Un progetto sicuramente tenero. Sicuramente fotogenico. E forse, involontariamente, anche una perfetta metafora delle politiche carcerarie cittadine.
Perché alla fine, a quanto pare, i gatti sono evasi. Tutti. Sono scappati! E basterebbe questa ad un sindaco per togliere le deleghe ad un’assessora.
