Dal sito Volere la luna riprendiamo la prima di queste “noterelle dal carcere” di un insegnante.

“Vorrei sapere”
di Tazio Brusasco
Il carcere è, per la “società libera” un’isola sconosciuta: per disinteresse, per mancanza di informazioni da parte dei media, perché è una “istituzione totale” per eccellenza, priva di contatti con l’esterno. E poi perché, per i più, i suoi ospiti – i detenuti e le detenute – non meritano alcuna attenzione e anzi, dopo il loro ingresso in carcere, si dovrebbe semplicemente “buttare la chiave”. Neanche l’ormai interminabile sequenza di suicidi e di atti di autolesionismo basta a rompere l’isolamento di una realtà che accoglie e rinchiude, ogni giorno, 62.000 persone, in gran parte senza diritti e senza speranza. Per contribuire a uno sguardo diverso e alla considerazione del carcere come un “pezzo” della società ospitiamo (e lo faremo periodicamente) le noterelle di un insegnante in un istituto penitenziario del Paese, non importa quale. Sono affreschi di vita quotidiana finalizzati a restituire dignità e umanità a una condizione che spesso non ce l’ha. (la redazione).
Al termine della lezione nel padiglione ad Alta Sicurezza un ex allievo si è affacciato alla porta dell’aula. Ha sorriso.
– Sono venuto a salutarti, prof! Forse.
– Forse?
– Sì. Domani ho la sentenza di Cassazione.
– Davvero? Auguri. Da quanto sei dentro?
– Troppo prof. Troppissimo. Vuoi conoscere la mia storia? Attento, perché non è solo la mia, ma quella di troppi. Di troppissimi.
– Qual è ?
– Mi hanno arrestato più di sei anni fa. Dopo l’ingresso in carcere c’è stato l’interrogatorio di garanzia, ma non immediatamente: sono trascorsi cinque giorni. E dopo, sai cosa è successo? Mi hanno rinviato a giudizio. Dopo otto mesi mi è arrivata la notifica di avviso chiusura indagini. Ed è passato altro tempo: ho dovuto attendere le motivazioni e poi scegliere tra rito abbreviato e ordinario per iniziare finalmente il processo.
Un impianto complesso, con vari filoni, peraltro: 180 udienze. Tre anni, nei quali sono stato chiuso qui. Mi hanno condannato, ma per le motivazioni ho dovuto attendere centottanta giorni, trascorsi i quali mi è stato detto che ne servivano altri centottanta. Un altro anno, in poche parole.
– Era un processo complesso hai detto, no?
– Sì. Ma ho anche detto un anno! E senza le motivazioni non potevo neanche preparare il ricorso. Così ho dovuto aspettare.
– Poi?
– Poi naturalmente ho fatto ricorso in appello. Stavolta con i tempi è andata meglio: una ventina di udienze, un anno. Però per le motivazioni di nuovo centottanta più centottanta. Altri due anni. E io sempre qui. Intanto le mie attività sono fallite, non sono più aggiornato sul lavoro e poi, se anche dovessi uscire, come mi presenterei sul mercato? A oltre cinquanta anni devo ripartire da solo e da zero, per di più con il dispiacere di avere perso mio padre senza aver potuto fare nulla per lui.
– Capisco. Ma hai parlato della Cassazione.
– Perché mi hanno condannato anche in appello. E comunque anche in questo caso ho aspettato, il relatore ha rinviato la sentenza perché ha detto che non è riuscito a leggere tutti gli atti.
– Come hai preso quella notizia?
– Male, ma paradossalmente mi ha rassicurato: ho pensato che se non altro li stava leggendo. Erano molte pagine. Comunque, facendo gli scongiuri, domani i giudici si pronunciano.
– E tu aspetti, oggi con speciale intensità. E speri.
– Sì. Spero che annullino e assolvano, così esco. Se dovessero rinviare devo fare un appello bis, con i suoi tempi. Se invece confermano sai cosa dovrei fare?
– No.
– Aspettare. Aspettare le motivazioni, ma tanto a quel punto… E intanto oggi, dopo oltre sei anni trascorsi qui, io non so ancora se per lo Stato italiano sono definitivamente colpevole o innocente.
Nda: In Italia oggi la durata media di un processo civile fino alla sentenza di Cassazione è di circa sei anni, per i processi penali occorrono quattro anni e mezzo.