Sulla tortura l’Onu bacchetta l’Italia e il Garante

Violenza nei Cpr, carceri al collasso e tentativi di abolire il reato di tortura. E il Garante non darebbe giuste certezze di indipendenza

Articolo di Damiano Aliprandi pubblicato su Il Dubbio del 7 maggio

Il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura ha adottato le sue osservazioni conclusive sull’Italia, dopo aver esaminato il settimo rapporto periodico del governo nelle sedute del 15 e 16 aprile a Ginevra. Il documento – quarantasette paragrafi di rilievi, raccomandazioni e preoccupazioni – fotografa un paese che fatica a rispettare gli obblighi internazionali che ha liberamente sottoscritto. Carceri sovraffollate, centri di detenzione per migranti in condizioni degradanti, respingimenti verso la Libia, tentativi parlamentari di abolire il reato di tortura e criticità sul Garante nazionale delle persone private della libertà. Sono i nodi principali attorno a cui ruota la valutazione del Comitato, conosciuto con la sigla CAT.

La delegazione italiana, composta da una ventina di funzionari ministeriali – un numero eccezionalmente elevato per questo tipo di sessioni – si è trovata a difendere scelte legislative e pratiche amministrative che l’organismo onusiano considera incompatibili con la Convenzione. Una funzionaria del gabinetto del ministro Nordio ha cercato di rassicurare i componenti del Comitato sui disegni di legge che puntano ad abolire il reato di tortura introdotto nell’ordinamento italiano soltanto nel 2017: l’iter sarebbe bloccato dal 2023 e difficilmente si concluderebbe entro fine legislatura. Il Comitato non si è accontentato. Ha ribadito la necessità di una definizione di tortura pienamente conforme all’articolo 1 della Convenzione, chiedendo anche che il reato diventi imprescrittibile e che nessuna circostanza eccezionale possa mai essere invocata come giustificazione.

Il reato di tortura e il vuoto istituzionale

L’articolo 613-bis del codice penale, secondo il Comitato, contiene elementi estranei alla definizione internazionale: richiama le «minacce gravi» e il «trauma psicologico verificabile», ma non specifica né l’intento né lo scopo dell’atto. La tortura viene trattata come reato comune, punibile in capo a chiunque, e non come crimine specifico del pubblico ufficiale. L’organismo onusiano chiede di modificare la norma in senso restrittivo e di eliminare la prescrizione per questo tipo di reati.

Il timore concreto è che alcuni processi in corso — a partire da quello legato ai fatti di Santa Maria Capua Vetere — possano naufragare se la fattispecie venisse degradata ad aggravante di altri reati. Su un punto il rapporto ritorna da decenni con la stessa insistenza: l’Italia non ha ancora una istituzione nazionale per i diritti umani indipendente, conforme ai Principi di Parigi. Lo stesso Comitato lo aveva raccomandato nei cicli di esame precedenti, e lo ribadisce anche questa volta. Il meccanismo nazionale di prevenzione, ossia il Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà, non è esente da critiche: il CAT prende atto del gran numero di visite effettuate negli anni, ma segnala che i relativi rapporti pubblicati sono stati comparativamente pochi. Solleva anche il tema delle nomine avvenute per ragioni politiche, con riflessi sulla percezione dell’indipendenza dell’organo.

I CPR sono un capitolo a sé. Il Comitato esprime «seria preoccupazione» per l’uso eccessivo della forza da parte dei gruppi speciali di intervento delle Interforze all’interno dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio. Le condizioni descritte sono fatiscenti, il regime eccessivamente carcerario, le attività significative per i trattenuti quasi assenti. I bandi di gara per la gestione di questi centri prevedono un ampio ventaglio di servizi, ma tali obblighi non vengono sempre rispettati dagli operatori privati, con conseguenti indagini penali in alcuni casi. Chi vuole evitare la detenzione deve versare una cauzione di importo sproporzionato, compresa tra i 2.500 e i 5.000 euro. Il decreto legge 124 del 2023 ha esteso il periodo massimo di trattenimento fino a diciotto mesi, quasi il doppio rispetto a quanto previsto in precedenza.

Libia, Albania e lo stato dei diritti in carcere

Il memorandum d’intesa tra Italia e Libia del 2 febbraio 2017 continua a essere rinnovato nonostante quanto documentato da numerosi organi delle Nazioni Unite: i migranti restituiti alle autorità libiche rischiano concretamente di subire torture e maltrattamenti. Il Comitato segnala anche i cosiddetti «respingimenti privatizzati», in cui imbarcazioni commerciali riportano in custodia libica persone bisognose di protezione su richiesta delle autorità italiane, inclusi soggetti in situazioni di vulnerabilità.

Roma è invitata a rivedere il memorandum, a istituire un meccanismo di monitoraggio effettivo e a indagare ogni singolo caso.

Sulla frontiera con la Slovenia e nei porti dell’Adriatico le preoccupazioni riguardano i respingimenti a catena, un meccanismo per cui una persona viene trasferita da un paese all’altro in una sequenza che la allontana progressivamente da qualsiasi forma di protezione. Negli hotspot, le persone vengono spesso divise frettolosamente tra richiedenti asilo e migranti economici sulla base della sola nazionalità, senza una valutazione individuale. Il protocollo Italia-Albania, firmato nel 2023, riceve una valutazione critica. Il Comitato lamenta le procedure accelerate di asilo cui sono sottoposti i richiedenti detenuti in Albania sotto giurisdizione italiana, gli ostacoli nell’accesso all’assistenza legale e la limitata possibilità di partecipare fisicamente ai procedimenti. Nessuno, raccomanda l’organismo, dovrebbe essere trasferito senza un’istruttoria individuale sulla propria vulnerabilità.

Sul fronte carcerario i numeri parlano da soli. Il tasso di sovraffollamento ha raggiunto il 138 per cento, con migliaia di detenuti sistemati in spazi inferiori ai quattro metri quadri pro capite. L’assistenza psichiatrica si basa in larga misura sulla sola somministrazione di farmaci, e i detenuti con gravi problemi di salute mentale possono restare in cella per mesi in attesa del trasferimento in strutture specializzate. L’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario, il regime speciale applicato soprattutto ai detenuti per mafia, continua a destare preoccupazione per le forti limitazioni ai contatti con l’esterno. Una nota positiva c’è: la Corte Costituzionale, il 25 febbraio 2025, ha dichiarato incostituzionale il limite di due ore giornaliere all’aria aperta previsto da quel regime.

I morti in carcere rimangono una ferita aperta. Il Comitato segnala un livello persistentemente alto di decessi, con suicidi concentrati in modo preoccupante tra i detenuti stranieri e tra coloro che si trovano in regimi di isolamento, siano essi formali o di fatto. Una quota significativa di morti resta con causa indeterminata in attesa di accertamenti necroscopici che tardano ad arrivare.

L’ultima preoccupazione del rapporto riguarda la legge 80 del 2025, il decreto sicurezza nella sua versione convertita. L’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa l’ha definita lesiva dei principi fondamentali della giustizia penale e dello stato di diritto. Amplia i poteri della polizia sulle assemblee pubbliche, prevede pene severe per chi partecipa a manifestazioni non autorizzate e criminalizza la resistenza passiva alle disposizioni nei luoghi di detenzione, inclusi carceri e CPR. Il Comitato chiede una revisione profonda della norma. L’Italia ha tempo fino al primo maggio 2027 per riferire sui progressi compiuti su questi punti. Nella storia dei rapporti periodici sul nostro paese, i progressi non sono stati quasi mai tempestivi.

Autore dell'articolo: feniceadmin