Sovraffollamento, cemento, docce limitate e notti senza respiro: i Garanti territoriali denunciano un’emergenza che mette a rischio salute, dignità e sicurezza dentro gli istituti penitenziari.
di Liborio La Mattina | La Voce | 30/6/2026

Il caldo, in carcere, non è mai soltanto caldo.
Non è il disagio passeggero di una giornata afosa, non è la fatica comune di un’estate più dura delle altre. Dentro le mura degli istituti penitenziari, quando le temperature salgono e l’aria si ferma, il caldo diventa materia. Si appoggia sui letti, entra nei muri, ristagna nelle celle, sale dai cortili di cemento e resta lì, anche di notte, quando fuori qualcuno riesce almeno ad aprire una finestra, cercare un albero, camminare verso un po’ d’ombra.
Nelle carceri piemontesi, in questi giorni di temperature eccezionalmente elevate, l’emergenza climatica si somma a un’emergenza già nota, già denunciata, già vissuta ogni giorno: sovraffollamento, criticità strutturali, spazi inadeguati, fragilità sanitarie, condizioni di lavoro difficili. È un peso che si aggiunge a un peso. Una sofferenza che non sostituisce le altre, ma le moltiplica.
“Una seconda pena”. Le parole pronunciate nei giorni scorsi da Samuele Ciambriello, portavoce della Conferenza nazionale dei Garanti territoriali delle persone private della libertà personale, hanno trovato immediata eco anche in Piemonte. Perché raccontano con precisione ciò che accade negli istituti quando l’estate entra nelle sezioni e non trova vie d’uscita: carceri costruite in cemento e asfalto, spesso prive di verde, segnate da un sovraffollamento ormai strutturale, attraversate da temperature che mettono a rischio soprattutto le persone anziane e chi convive con patologie cardiovascolari o croniche.
A raccogliere e rilanciare questo allarme sono i Garanti territoriali piemontesi dei diritti delle persone private della libertà personale, che rivolgono un appello alle Direzioni degli istituti penitenziari, al Provveditorato regionale dell’Amministrazione Penitenziaria, al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, al Ministero della Giustizia e alle Autorità sanitarie. Un appello netto, urgente, rivolto a chi può e deve intervenire. Perché qui non si parla soltanto di comfort, ma di salute. Non di piccoli disagi estivi, ma di dignità umana.
“Le strutture penitenziarie – ricordano – sono nella maggior parte dei casi edifici duri, pesanti, minerali: grandi superfici in cemento, acciaio e asfalto, pochi sistemi di isolamento termico, scarsa o nulla presenza di aree verdi…”.
Durante l’estate questi materiali assorbono calore per ore e lo trattengono a lungo. Le celle diventano ambienti soffocanti, i corridoi si scaldano, i cortili si trasformano in distese roventi. Il giorno non finisce davvero con il tramonto: il calore accumulato resta anche durante la notte, rendendo difficile persino dormire, recuperare energie, mantenere un equilibrio fisico e mentale.
Il ventilatore, quando è disponibile e consentito, può dare un sollievo. Ma è un sollievo parziale, fragile, insufficiente. Non raffredda gli ambienti, non risolve il problema strutturale, non restituisce vivibilità a spazi già segnati dall’affollamento. E c’è un punto che pesa ancora di più: in molti casi la possibilità di averlo dipende dalle risorse economiche della persona detenuta o della sua famiglia. Così anche l’accesso a un minimo di aria mossa può diventare una linea di separazione tra chi può permetterselo e chi no.
Poi ci sono le docce. Un dettaglio, forse, per chi vive fuori. Una necessità essenziale per chi resta chiuso ore e ore in una cella surriscaldata. In numerosi istituti, le celle ne sono ancora prive e l’accesso ai locali comuni è limitato a fasce orarie precise. Questo significa che, proprio quando il caldo raggiunge livelli più alti, non sempre le persone detenute possono rinfrescarsi. Il corpo resta esposto, la pelle trattiene sudore e fatica, il riposo diventa più difficile, la tensione cresce.
Anche l’aria aperta, che dovrebbe rappresentare una pausa, può trasformarsi in un’altra prova. I cortili sono spesso interamente in cemento, con poca o nessuna vegetazione, dotati soltanto di modeste tettoie incapaci di proteggere davvero dal sole. Nelle ore centrali della giornata, uscire all’aperto può voler dire passare dalla cella calda a uno spazio ancora più esposto, dove il suolo restituisce calore e l’ombra non basta. In alcuni casi, la presenza di ventilatori nei passeggi attenua parzialmente il disagio. Ma anche qui si tratta di un rimedio limitato davanti a un problema molto più grande.
La situazione diventa ancora più pesante per chi, per il circuito detentivo di appartenenza o per la mancanza di attività trattamentali sufficienti, trascorre gran parte della giornata chiuso nella propria cella. Meno attività significa meno movimento. Meno accesso agli spazi comuni. Meno occasioni per respirare un’aria diversa, per sottrarsi almeno per qualche ora alla pressione del caldo. La cella, in questi casi, non è solo il luogo della notte o del riposo: diventa l’intero orizzonte della giornata.
E in Piemonte questo orizzonte è già ristretto da un dato che non può essere ignorato: il sovraffollamento ha raggiunto circa il 120% della capienza regolamentare. Più persone negli stessi spazi vuol dire meno aria, meno vivibilità, più stress, maggiore difficoltà nella gestione quotidiana. Quando il caldo entra in istituti già oltre il limite, ogni criticità si amplifica. Ogni gesto diventa più faticoso. Ogni attesa più lunga. Ogni tensione più vicina.
A preoccupare in modo particolare sono le persone più fragili: gli anziani, i detenuti con patologie cardiovascolari, respiratorie o croniche, chi presenta condizioni sanitarie delicate. Per loro l’esposizione prolungata a temperature elevate non è un semplice disagio. Può diventare un rischio serio, anche gravissimo. In carcere, dove l’accesso alle cure e alla prevenzione dipende da tempi, procedure e organizzazione interna, la tutela della salute deve essere ancora più tempestiva. Il caldo non aspetta. Non concede proroghe. Non distingue tra chi ha un corpo forte e chi ne ha uno già provato.
Ma questa emergenza non riguarda soltanto le persone detenute. Attraversa anche il lavoro quotidiano del personale penitenziario. Agenti della Polizia Penitenziaria, educatori, Funzionari Giuridico Pedagogici, operatori sanitari, personale amministrativo e tecnico: tutti condividono, per molte ore, gli stessi ambienti surriscaldati. Lavorare in condizioni di temperatura spesso insostenibile significa esporsi a rischi per la salute, ma anche a una maggiore fatica psicologica e operativa. La sicurezza complessiva degli istituti passa anche da qui: da luoghi di lavoro salubri, da turni sostenibili, da spazi che non mettano alla prova ogni giorno la resistenza di chi vi opera.
Il carcere è un sistema chiuso, e proprio per questo ogni squilibrio si propaga rapidamente. Il caldo incide sul sonno, sulla salute, sulla pazienza, sulla capacità di relazione, sulla gestione dei conflitti. Incide sul corpo di chi è detenuto e su quello di chi lavora. Incide sulla qualità della vita interna e sulla tenuta dell’intera comunità penitenziaria. È per questo che i Garanti chiedono misure straordinarie e immediate: perché l’emergenza è già dentro gli istituti, non all’orizzonte.
Le richieste sono concrete. Ampliare gli orari di accesso alle docce. Garantire la piena disponibilità di acqua potabile fresca. Agevolare l’utilizzo dei ventilatori. Rimodulare gli orari delle attività e della permanenza all’aria aperta nelle giornate più calde, evitando le fasce più esposte. Prestare particolare attenzione alle persone maggiormente fragili. Consentire, dove possibile, una più ampia permanenza fuori dalla cella a chi oggi vi trascorre gran parte della giornata.
Sono interventi organizzativi e gestionali che possono fare la differenza subito. Non cancellano il problema strutturale, ma possono ridurre la sofferenza, prevenire rischi sanitari, abbassare la tensione, restituire un margine di umanità a giornate che altrimenti diventano interminabili.
Eppure, l’appello dei Garanti guarda anche oltre l’urgenza. Perché l’emergenza climatica non è più un evento eccezionale. Le ondate di calore non sono parentesi imprevedibili, ma fenomeni ricorrenti, destinati a ripresentarsi con forza crescente. Continuare a trattarle come incidenti stagionali significa arrivare ogni estate impreparati, rincorrere il problema quando ormai è esploso, affidarsi a soluzioni provvisorie in luoghi che avrebbero bisogno di interventi permanenti.
Serve una riflessione strutturale sul sistema penitenziario italiano. Serve ripensare gli edifici, riqualificare le strutture, investire sull’isolamento termico, sull’efficientamento energetico, sulla presenza di aree verdi, sull’ombreggiamento degli spazi esterni, sulla qualità dell’aria, sulla vivibilità delle celle e degli ambienti comuni. Serve riconoscere che anche il carcere fa parte della città, anche se la città spesso lo rimuove dal proprio sguardo.
La dignità, del resto, non è una concessione. È un principio costituzionale. L’articolo 27 della Costituzione vieta trattamenti contrari al senso di umanità e stabilisce che la pena deve tendere alla rieducazione della persona. Quelle parole non vivono soltanto nei manuali di diritto o nelle aule dei tribunali. Devono entrare nelle celle, nei corridoi, nei cortili, nei luoghi di lavoro del personale penitenziario. Devono misurarsi anche con la temperatura di una stanza, con la possibilità di lavarsi, con l’accesso all’acqua, con il diritto a respirare.
Garantire condizioni detentive rispettose della dignità umana non significa attenuare la funzione della pena. Significa impedire che alla pena legittima si aggiungano sofferenze inutili, evitabili, non previste da nessuna sentenza. Significa ricordare che la privazione della libertà non può trasformarsi in abbandono. E significa riconoscere che anche chi lavora negli istituti ha diritto a condizioni sicure, salubri e dignitose, soprattutto nei mesi in cui il caldo rende tutto più difficile.
I Garanti territoriali piemontesi — Domenico Massano per Asti, Silvia Coscia per Alessandria, Paolo Allemano per Saluzzo, Silvia Magistrini per Verbania, Raffaele Orso Giacone per Ivrea, Alberto Valmaggia per Cuneo, Pietro Luca Oddo per Vercelli, Nathalie Pisano per Novara, Emilio De Vitto per Alba e Diletta Berardinelli per Torino — annunciano che continueranno a monitorare con attenzione l’evoluzione della situazione negli istituti del territorio regionale, mantenendo un confronto costante con tutte le istituzioni competenti.
Ma il tempo, adesso, è una variabile decisiva. Perché ogni giorno di caldo estremo dentro una cella sovraffollata non è un dato meteorologico. È una giornata senza riposo. È una doccia mancata. È un ventilatore che non basta. È un anziano che fatica a respirare. È un agente che lavora in condizioni al limite. È un cortile che non offre ombra. È una notte in cui il corpo non recupera.
Fuori, l’estate può essere attesa, scelta, persino amata. Dentro, quando le strutture non proteggono e gli spazi sono già saturi, può diventare una prova di resistenza.
E se davvero il caldo è diventato “una seconda pena”, allora intervenire non è più solo opportuno. È necessario. Subito.
