Dall’ultimo numero della rivista Voci di dentro prendiamo un estratto dell’intervista di Antonella La Morgia allo scrittore Eraldo Affinati

La gioventù è più violenta oggi?
“Non credo. Basta leggere Il signore delle mosche di William Goldwing, pubblicato nel 1954, per rendersene conto: un manipolo di bravi ragazzi fa presto a trasformarsi in un gruppo di aguzzini, dipende soltanto dalle circostanze. Prendi un gruppo di studenti oxfordiani, portali a vivere in una periferia degradata, vedrai come faranno presto a diventare simili a quelli che un tempo denigravano.
E se fosse anche il reato la deriva, lo sbocco finale di un percorso che ci si rifiuta spesso di conoscere, di capire e anche sul quale intervenire alla sorgente. Cosa pensi?
“La fonte originaria non è mai limpida come vogliamo credere. Quasi sempre nelle acque sorgive sguazzano i vermi. Se vuoi conoscere la radice profonda di un reato devi tornare indietro nel tempo, indagando non solo nella vita di chi l’ha compiuto, ma anche in quella dei suoi genitori. Quasi sempre scopri grovigli spinosi, compiti irrisolti che passano da una generazione all’altra. Questo, intendiamoci, non significa negare le responsabilità di ognuno, che vanno sanzionate, ma vuol dire guardare il mostro in faccia, senza accontentarsi di considerare soltanto la stazione finale”.
Che idea hai del carcere come istituzione?
“Sono andato in tante carceri italiane e anche estere, ad esempio in Russia, e, nonostante tutta la buona volontà di certi operatori, ho sempre percepito la detenzione pura e semplice come un atto vendicativo. Nel mio ultimo libro, Le città del mondo, racconto fra l’altro una visita che ho fatto al carcere minorile Beccaria. Stavo in mezzo ai ragazzi riuniti nell’aula dove avevo appena parlato e chiesi: cosa farete quando uscirete da qui? Mi risposero sicuri: torneremo a rubare, prof, non abbiamo speranza. Pensai: ecco, questa è Milano, il fossato dell’Europa”.
Credi che il carcere socialmente serva?
Com’è adesso ho l’impressione che serva soltanto, nel migliore dei casi, a contenere i detenuti. Per cambiarlo, lo sappiamo, ci vorrebbero investimenti maggiori, ma non a pioggia, bensì mirati. In Italia abbiamo tante persone che potrebbero dare i consigli giusti e numerose esperienze virtuose che potrebbero diventare strutturali.”
In molte carceri ci sono laboratori di scrittura, si accompagnano i detenuti in un esercizio che nella
quasi totalità a loro è estraneo, o è stata abbandonato dai tempi della scuola. Cosa suggerisci da scrittore e insegnante per fare in modo che loro possano “trovare le parole”?
“Con il nostro progetto Penny Wirton stiamo cercando di portare avanti un progetto innovativo: formare alcuni detenuti italiani come docenti dei loro compagni immigrati. Lo facciamo alla Dozza di Bologna, grazie a Gloria Ghetti e nel carcere di Parma, con Piero Arganini. Speriamo di trovare altre possibilità operative. Non è semplice. Ci sono tante difficoltà burocratiche. Eppure ho notato in diverse direttrici e direttori di istituzioni penitenziarie una grande e sincera disponibilità a collaborare. Restiamo fiduciosi”.
Perché la scrittura può aiutare e far aiutare?
Perché ti aiuta a oggettivare i tuoi marasmi interiori. Con la scrittura conosci te stesso e ti fai conoscere da chi ti legge. Il pensiero è grammaticale, altrimenti resterebbe un grumo emotivo inespresso. La scrittura è ciò che ci distingue dall’animale. Anche se, come scrisse Varlam Salamov, uno che di carceri se ne intendeva, ‘tra le bestie la più feroce è l’uomo’.