Articolo di Romina su La biblioteca di Montag
In carcere manca l’aria, ma anche l’acqua calda e potabile, le cure mediche, il lavoro, le attività trattamentali. Manca lo spazio, la salubrità. Mancano i diritti.
L’intima gioia del sottosegretario alla Giustizia Delmastro di non lasciare respirare chi sta dietro un vetro oscurato dentro un blindo non è solo un’affermazione di sadica crudeltà. È un dato di fatto. Ci sono tanti modi per fare mancare l’aria. L’indifferenza e l’ignoranza alimentano l’intima gioia, sono corresponsabili del soffocamento e i mezzi di comunicazione – salvo rare eccezioni – ne sono la scorta mediatica.
Il sistema carcere è al collasso, spinto oltre il limite della legalità costituzionale da una insostenibile condizione di sovraffollamento, dai numeri crescenti dei suicidi, dall’aumento delle persone minori detenute. Persino il garante nazionale invoca amnistia e indulto come strumenti per alleggerire il sistema.
Manca l’aria significa che le condizioni di vita sono disumane, ripetutamente condannate dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Mentre fuori diciamo che il carcere è giusto, quando dovremmo anche chiederci se è umano, in carcere le persone vivono ammassate dentro le celle e no, il sovraffollamento non è un deterrente per ridurre i suicidi – come dice il Ministro Nordio – ma una concausa del loro aumento. Ad oggi, il tasso di sovraffollamento è del 138% e non ha impedito che 78 persone si togliessero volontariamente la vita. Due proprio nel giorno del Giubileo delle persone detenute.
I numeri delle morti per suicidio crescono, ma le cause sono sempre le stesse: mancanza di assistenza medica, psicologica, psichiatrica e spirituale; inadeguatezza dei programmi trattamentali; carenze igienico-sanitarie; inadeguatezza degli spazi privati e individuali e delle aree di socialità; refrattarietà all’adozione di misure alternative. Solitudine; visione punitiva e afflittiva della pena; ipertrofia securitaria; clima e ambiente violenti; tortura; infantilizzazione della persona e del linguaggio.
Fino a che alle persone ristrette non verrà garantito un trattamento dignitoso e la concreta prospettiva di una riabilitazione e fino a che guarderemo la detenzione solo come una questione di igiene sociale, si continuerà a condannare le persone detenute a considerare il suicidio come unica alternativa possibile a una condizione di disumanità.
Oggi, il modello della pena è fuori dal tempo, in aperta rottura con lo stato di diritto e in aperta violazione dei diritti umani. Nega la socialità e la sessuoaffettività, compromette le attività culturali, chiude il sistema penitenziario verso la comunità esterna, punisce con il reato di rivolta penitenziaria le persone che protestano in forma civile e nonviolenta, reintroduce il regime a celle chiuse, moltiplica il tempo vuoto che si riempie di noia e abbrutimento in celle fatiscenti in cui ci si ammala nel corpo e nell’anima. Eppure, mentre si invoca la sicurezza e la rigidità e l’intima gioia è la segregazione giustizialista, in carcere si muore di overdose.
Manca l’aria, manca tutto. Il rispetto della dignità personale, i principi minimi di umanità. Manca l’occhio vigile e critico di una società cosciente in grado di comprendere che il carcere è l’ultima – la più moralisticamente eclatante – manifestazione di un disagio più ampio e profondo. Manca la consapevolezza che il carcere comincia prima delle porte del penitenziario. Inizia nella disoccupazione, nell’emarginazione sociale, nella povertà, nell’inaccessibilità all’istruzione e alla cultura, nella dispersione scolastica. Inizia nella mercificazione del mondo, nella mistica del potere e del denaro. Dove finisce la cura e comincia l’indifferenza; dove si lasciano indietro le persone e sfuma la logica di possimità; dove la società si spezza e si sgretola sotto il peso di un sistema insostenibile, lì comincia il carcere.
Allora non è solo l’aria che manca. Manca una prospettiva, la pratica rivoluzionaria di una alternativa possibile. Manca un verbo che definisca dove sta il confine tra la comprensione e il disprezzo. Un nuovo umanesimo della tenerezza. Scrive Pär Lagerkvist in La mia parola è no: […] se ci vuole acume per vedere il mondo così com’è, ce ne vuole anche per far penetrare lo sguardo più a fondo nell’intimo degli uomini, per riuscire a vedere quel che sono destinati a essere, nonostante quel che sono, nonostante tutto ciò che li nasconde, che li adultera. La vista acuta del cuore porta fino a ciò che vi è di misterioso, di più sacro. Non è in fondo così stupido aver fede nell’umanità.
